(Soggetto)
Vittorio, uno scrittore in cerca di inspirazione, va nella sua casa di campagna per staccarsi dalla quotidianità, spesso molesta e inquinata sia dal chiacchiericcio che dalla burocrazia della vita cittadina. Si reca nel luogo, a sua detta, più evocativo che possa esistere. Porta con sé un taccuino dove annota tutti i pensieri che lo tormentano. La sua dimora è una piccola struttura circondata da un giardino che si estende fino al confine con la foresta. Vittorio, appena entrato in casa, rimane perplesso, straniato; infatti quel posto che ha sempre curato con tanto amore non lo riconosce più. Tutto l’arredamento della casa è trascurato, invecchiato e sporco nonostante sia passato poco tempo dall’ultima volta che l’uomo l’aveva visitata. Preso dallo sconforto e dalla stanchezza per il lungo viaggio, prende dalla tasca il suo taccuino, si sdraia sul letto e inizia a scrivere sul suo strano e spiacevole ritorno a casa. Dopo aver finito di riportare i suoi pensieri, desideroso di ammirare la natura che lo circonda, guarda fuori dalla finestra e nota in lontananza un telefono a disco a terra in giardino. Sorpreso e incuriosito esce di casa e si avvia verso l’oggetto. Dopo aver varcato la soglia nota, però, che l’apparecchio è sparito. Convinto di aver avuto una visione ritorna in casa, si riaffaccia alla solita finestra e sorprendentemente vede che l’oggetto è ancora lì. Senza perder altro tempo, esce di nuovo e, come prima, nota che il telefono è sparito. A quel punto, Vittorio, credendo di essere entrato in uno stato allucinatorio, si mette a cercare, in maniera ossessiva, il suo cellulare ma l’agitazione e l’improvvisa rabbia gli impediscono di trovarlo; inizia, infatti, a rovistare e rovesciare la sua libreria, a guardare dentro i luoghi più improbabili come il frigo, a mangiarsi costantemente le unghie, finché una volta persa completamente la speranza, si sdraia sfinito sul letto con lo sguardo rivolto verso il muro. Ma l’agitazione sale: i suoi occhi sono completamente spalancati e il suo volto è coperto dal sudore. Ha molta paura perfino a lasciare la casa perché è convinto che, in quello stato, sia pericoloso guidare e che la cosa migliore da fare sia provare a riposarsi cercando di recuperare più forze possibili. Prova a chiudere gli occhi ma i suoi pensieri sono legati a quel telefono. Dopo vari tentativi nel cercare la posizione migliore per dormire, in preda al terrore, prende dalla tasca dei suoi pantaloni il taccuino e inizia a riversare sui fogli le proprie sgradevoli sensazioni nella speranza che ciò lo possa aiutare a calmarsi. In un primo momento ci riesce: il suono prodotto dalla penna mentre viene strusciata elegantemente sul foglio gli produce un rilassamento. Lo stato di benessere dell’uomo, però, dura solo pochi minuti. Infatti, quel rumore così piacevole, piano piano, si tramuta nell’assordante e fastidioso squillo di un vecchio telefono fisso. Senza indugiare oltre smette di scrivere e si rifugia in salotto, si sdraia sul divano e chiude gli occhi. Quel frastuono, però, non cessa e, come un tremendo acufene, continua inesorabilmente a infestare le orecchie di Vittorio. Lo scrittore, sfinito e terrorizzato, ritorna in camera sua davanti alla finestra e vede che l’infernale telefono è sempre nel solito punto. Se da una parte è in preda alla disperazione più profonda, dall’altra è travolto dalla curiosità di capire cosa ci faccia quell’arnese in mezzo al verde. Per tenerlo sotto controllo, decide di uscire dalla finestra e con grande sorpresa, vede che l’oggetto non sparisce più. Trovandosi a pochi centimetri dal telefono, nota che sono proprio i suoi acufeni a dare al telefono il rumore necessario per poter squillare. Pensando che l’unico modo per porre fine alla sua follia sia quello di rompere l’arnese, lo afferra rapidamente tra le braccia e lo scaraventa a terra con tutta la sua forza. Nonostante ciò, l’oggetto non si rompe e gli acufeni continuano a riverberare. Senza arrendersi Vittorio lo riprende e lo rigetta a terra per diverse volte finché non si accorge che davanti alla finestra dentro casa c’è un uomo con la cornetta appoggiata all’orecchio. Spaventato da quell’inquietante figura, prova a rispondere al telefono ma si rende conto che il suo non ha la cornetta. Tremante e con un continuo squillare nelle orecchie, corre in casa per scacciare il presunto ladro ma la porta è chiusa. Si precipita davanti alla finestra e fa una scoperta scioccante: l’uomo dentro casa è lui stesso. Vittorio per lo spavento cade a terra. Il suo battito cardiaco è accelerato e il suo volto è pallido come la neve. Inizia a fissare imperterrito la strana figura. Nota che anch’essa è terrorizzata. Ciò che lo sconvolge di più è il fatto che il suo alter ego non si muova e che stia lì fermo come una statua nella vana speranza che qualcuno possa rispondere alla sua telefonata. Dopo essersi alzato da terra, cerca di aprire, senza successo, la finestra. Quindi grida all’uomo in casa di aprirla ma la strana figura rimane immobile sempre con il volto paralizzato dalla paura e con lo sguardo fisso sugli occhi di Vittorio. Lo scrittore, non percependo alcuna reazione, inizia a cercare in giardino un sasso per spaccare il vetro. Una volta trovatolo si accorge che la finestra del bagno è aperta. Entrato in casa va davanti alla misteriosa figura che gli consegna la cornetta ancora squillante. Nota, inoltre, alla finestra di camera, che in giardino, nella medesima posizione in cui si trovava prima, c’è lui stesso mentre regge il telefono senza cornetta con il volto completamente pallido e sconvolto. Non credendo ai propri occhi, Vittorio, avvicina la cornetta all’orecchio: inizia a sentire che le grida di sofferenza del se stesso in giardino sono uguali allo squillo del telefono. Sempre più in preda al terrore, sbatacchia al suolo l’arnese e con un coltello taglia il filo della cornetta. Una volta spezzatolo, il rumore assordante nelle sue orecchie sparisce. Sollevato, trova la forza di prendere le chiavi della macchina e scappare da quel posto rifugiandosi nella sua tanto detestata casa di città.