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Smartworking

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MEGLIO MAL ACCOMPAGNATI CHE SOLI

 

E’ notte. Un bagliore lunare proveniente dalla finestra di un piccolo appartamento, illumina costantemente il volto del signor Enzo Buggioni. L’uomo è disteso sul letto impietrito ed immobile. Fissa il soffitto con lo sguardo visibilmente turbato e scosso. Il buio che circonda la camera è talmente fitto e intenso che gli oggetti appaiono delle semplici sagome nere bidimensionali di svariate forme che contrastano con il grigio chiaro della tenda della grande finestra posizionata davanti al letto. Un contrasto che, notandolo da qualche metro di distanza, fa immaginare una città di notte a luci spente. In quest’ oscurità così fitta, sono gli occhi di Enzo a brillare di tristezza. Occhi bagnati da lacrime di preoccupazioni che tormentano i suoi pensieri.

“Da quando l’uomo ha cambiato il modo di lavorare, la situazione economica è nettamente migliorata. Tutti possono fare soldi da casa senza neanche alzarsi dal letto e, nello stesso tempo, si interagisce con moltissime persone provenienti da altri paesi. C’è qualcosa che mi turba però, non so ancora bene che cosa sia…domani, fortunatamente, avrò una seduta con il mio psicoterapeuta. Glielo domanderò.”

Pensa. Poi, il sonno prende il sopravvento e, come una piuma che cade sul terreno, le palpebre si chiudono fino a coprire completamente i due bulbi oculari mentre il corpo, da rigido come una scultura marmorea diventa rilassato; infine, l’ultimo sospiro prima di dormire. Alle prime luci dell’alba il suono di un cinguettio gli entra nelle orecchie e lo sveglia di soprassalto. Con gli occhi sgranati e ancora rintontito dal sonno, inizia a guardare la stanza per capire se il posto dove si trova è la sua camera da letto: una sedia nera in stile minimale è collocata davanti alla finestra dietro alla scrivania in legno antico sopra la quale vi sono vari porta penne e un computer ultra moderno. Sopra il letto, invece, attaccati alle pareti, ci sono dei quadri astratti che raffigurano linee nere su uno sfondo bianco, linee che assomigliano molto ad un codice a barre di un oggetto in vendita. E così, dopo aver fatto un bel sorriso per aver riconosciuto la sua casa, l’uomo si precipita subito verso la scrivania ad accendere il computer. Preso dall’entusiasmo si appoggia la mano sinistra sulla fronte e si tira all’indietro i pochi capelli che gli sono rimasti. Poi, utilizzando il cursore, entra nella sua cartella di lavoro e inizia la giornata. Dopo diverse ore di intense operazioni di design, il suo volto, apparentemente calmo e impassibile, senza neanche una goccia di sudore, ha un aspetto decisamente poco salutare: gli occhi sono sgranati e completamente rossi, mentre le labbra sono secche e screpolate come il terreno crettato nel deserto, mentre le borse sotto gli occhi sono gonfie e di colore violaceo in netto contrasto con la pallida pelle delle guance. Infine, il sottile filo di saliva che fuoriesce dalla bocca semichiusa rende l’espressione ancora più persa nel vuoto. Ad un tratto il suo sguardo ricade sull’orologio del computer posto alla sinistra dello schermo.

“Caspita, sono già le 11! Anche oggi sto lavorando sodo… Non è vero direttore ?!” grida con veemenza, facendo, così, risuonare la propria voce in tutto l’appartamento.

“Bravo, oggi stai lavorando molto bene” soggiunge la voce del computer dagli altoparlanti.

Enzo, tranquillizzato dalle suadenti parole, accarezza la macchina come farebbe un padre per coccolare affettuoso suo figlio, poi avvicina la bocca all’ altoparlante destro e, proprio come se fosse un orecchio bionico, gli sussurra a bassa voce facendo un bel sorriso ” Grazie direttore. Da quando è anche dentro casa mia mi sento molto più rassicurato. “

” Io sarò sempre con Lei, signor Buggioni. Sempre! Stia tranquillo” lo rincuora ulteriormente il direttore computerizzato. Enzo, a quel punto, si stropiccia gli occhi rossi bagnandosi le mani di lacrime, non prima, però, di aver inclinato leggermente la schiena all’indietro piegando lo schienale.

“Sa direttore, prendo una piccola pausa di un’oretta perché devo fare una seduta con il mio psicologo e dopo mangio qualcosa” soggiunge l’uomo.

“Non si preoccupi, faccia la solita ora di pausa che le è consentita” ribatte la voce con tono delicato.

“La ringrazio infinitamente” dice Enzo mentre congiunge le mani come se stesse pregando. Infine, una volta terminata la conversazione con il suo principale, esce dal programma di lavoro ed entra in un altro sito. Alla voce “Dott. Goffredo Romei”, clicca sopra con il mouse. Nel frattempo la luce del mattino che aveva illuminato lo spazio fino ad allora, cambia diventando leggermente più tenue, e, di pari passo, i colori vivi che componevano la stanza, diventano più spenti e meno saturi, tendendo al grigio: il cielo si è annuvolato. Ad un tratto un suono fastidioso entra nella camera, un suono che fa distogliere lo sguardo di Enzo dal computer per qualche secondo. “Cos’è questo frastuono?!” urla l’uomo con veemenza. “Non si può neanche lavorare in pace?” continua agitando le mani al cielo.

Quel rumore, però, persiste e diventa sempre più intenso come un acufene acuto. A quel punto il sorriso, che lo aveva accompagnato fino ad allora, si trasforma in un ghigno furente. Le pupille si restringono istantaneamente, come se la fioca luce che entra dalla finestra si fosse tramutata in quel fastidiosissimo suono, generando così, l’immediata repulsione dei microscopici muscoli che regolano quei puntini neri. Preso dalla rabbia, si alza e va davanti alla finestra per inveire contro chi o cosa disturbi la sua attenzione. In strada però non c’è anima viva e le automobili sono ferme, parcheggiate tutte ai lati della carreggiata. L’unico rumore esterno è il leggero fruscio generato dalle foglie secche che si staccano dai rami e atterrano delicatamente sull’asfalto.

Sorpreso di non vedere nessuno in giro, copre le orecchie con le mani sperando che quel suono cessi.

“Cosa succede, perché è andato via?” chiede la voce proveniente dalle solite casse

“Mi scusi, è che ho sentito degli strani suoni provenire dall’esterno” esclama l’uomo rimettendosi a sedere davanti alla scrivania.

 

“Oggi come si sente?” soggiunge la voce.

“Guardi dottore, mi sto abituando bene a questa nuova vita di relazioni sociali. Trovo molto comodo lavorare e incontrare le persone da casa. E’… come si dice oggi… ecco, è molto più smart” asserisce Enzo con il volto ritornato all’espressione di atarassica felicità che aveva perduto.

“Bene Signor Enzo, ma parliamo dei suoi problemi. C’è qualcosa che l’ha turbata in questa settimana?”

Una volta pronunciata la parola “turbata” lo sguardo dell’uomo si incupisce, e in contemporanea, il suo corpo diventa rigido come quello di una statua.

“Devo dire che ho una vita che reputo molto soddisfacente. Il lavoro, gestito in questo modo, mi da la possibilità di guadagnare semplicemente stando davanti al computer, grazie al quale ho eliminato del tutto il rapporto con i miei colleghi di lavoro. Mi facevano solo perdere tempo… Inoltre, posso sentire chi voglio… mi basta premere un tasto… et voilà. Così facendo elimino tutti i tempi morti della mia vita. Devo ammettere che questo sistema di comunicazione e di attività è una bella pensata. Tanto prima finisco i miei impegni e tanto più tempo dedico a me stesso” dice con veemenza Enzo sfregandosi le mani con nervosismo.

“Però noto ansia sul suo volto. Cosa le succede? Qualcosa non va? Mi dica…” soggiunge Goffredo

“Si dottore, è da alcuni giorni che sto provando molta angoscia… non ho capito molto bene da dove provenga, ma questa inquietudine mi porta a dormire male e ad addormentarmi con fatica” ribatte l’uomo con gli occhi spalancati rivolti verso il computer.

“Allora c’è qualcosa che la turba…. Mi dica, ha per caso fatto dei sogni?”

“No, è da tantissimo tempo che non sogno”

“In tal caso, provi a pensare se c’è qualche aspetto della sua vita che non la convince più di tanto” ribatte con tono preoccupato la voce dello psicoterapeuta.

“Apparentemente tengo tutto sotto controllo… però, ora che ci penso, c’è un fatto strano: mi è accaduto di sentire dei rumori assordanti provenire dalla finestra, rumori che assomigliano ad un grido di aiuto…. Per controllare chi fosse mi sono affacciato ma non ho visto mai nessuno, la strada era desolata. Talvolta ho pensato che potesse essere stato il vento a causare quello strano suono… magari scontrandosi proprio sul mio vetro… ma un rumore così acuto non è proprio del vento. Non è possibile che della semplice aria produca un simile fastidio” dice Enzo mettendosi le mani sul volto dalla disperazione. Poi, per calmarsi, fa lentamente quattro sospiri.

Nel frattempo il cielo, come se capisse lo stato d’animo dell’uomo, si è completamente oscurato, coprendo anche quelle tenui chiazze di luce che rimbalzavano sul suo volto incupito: tale angoscia, inoltre, viene rimarcata da delle ombre che si sono formate tra le arcate sopraccigliari e le guance. Ombre così oscure che fanno risaltare il pallido colore della pelle e che, come un evidenziatore indelebile nero, cancellano i lineamenti degli occhi trasformandoli in delle semplici chiazze buie, proprie di un’espressione terrorizzata.

“Cosa intende dire con ciò? Ha paura di un semplice fastidio alle orecchie?” ribatte con forza la voce elettronica

“Non tanto il suono in sé, quanto il non riuscire a comprendere chi lo provochi.”

“Probabilmente questo stridore turba più del previsto la sua psiche. A parte questo, non trovo nulla di particolarmente rilevante nel suo comportamento. E’ naturale che una persona sia infastidita da un fracasso intenso. Provi a non pensarci più. Con il tempo si abituerà a questa nuova condizione” soggiunge la voce cercando di rassicurarlo.

“Certo dottore, infondo basta non pensarci più… ci proverò”

“Un’altra cosa: non si adombri così facilmente se non riesce a scoprire la causa. Si faccia scivolare tutto addosso. La sua vita mi pare che proceda molto bene” continua la voce.

“La ringrazio. Adesso la pago subito” esclama l’uomo. Poi, con la solita espressione abbacchiata prende il cursore, e, tramite un’apposita cartella digitale, preleva i suoi soldi e li invia direttamente a quella di Goffredo.

“La ringrazio, gentilissimo. A presto! passi una buona settimana… ” dichiara lo psicoterapeuta con voce enfatizzata dalla gioia di ricevere denaro.

“Grazie a Lei per ora, alla prossima.”

Terminata la conversazione, l’uomo, avendo un certo languorino, con il solito mouse clicca su un sito di alimenti e sceglie la pietanza. Una volta pagato il conto, il computer si surriscalda e suona ininterrottamente.

“E’ pronto finalmente!” grida l’uomo, ormai divorato dalla fame, tirando fuori degli spaghetti al pomodoro da un contenitore inscatolato nella macchina elettronica. E inizia a mangiare il piatto con ritrovato vigore.

“Manca il sale stavolta… ora vado a prenderlo” pensa tra sé e sé Enzo mentre si alza dalla sedia per recarsi in cucina. Una volta nella stanza, nulla sembra turbarlo: è attento unicamente allo scaffale sul quale si trova il recipiente del sale e, tutto ciò che lo circonda, è come se fosse inesistente. Il suo atteggiamento assomiglia a quello di un cane che, incurante del pericolo, attraversa la strada per azzannare un osso molto succulento, un osso, però, tanto gustoso quanto perniciosa è la strada sulla quale giace quella porzione di scheletro. Quel luogo, infatti, a differenza della asettica ma ben curata camera, è un completo disastro: le pareti sono piene di muffa con le croste di vernice cadute sul pavimento e la parte della cucina vera e propria è rivestita da un mantello spesso di ragnatele. Non c’è alcun quadro appeso che possa rendere quel posto leggermente più accogliente e nessun oggetto particolarmente rilevante, se non posate sporche di sugo lasciate in modo grossolano a marcire. Senza perdere altro tempo, Buggioni afferra l’agognato contenitore, poi, vedendo che è vuoto, decide di scendere al piano sottostante del condominio per andare dalla sua vicina.

 

E così, con passi pesanti come quelli di un vecchio stanco che si inoltra in una strada di montagna, si avvia verso la porta principale ed esce. Fuori dall’appartamento si trova davanti ad una rampa di scale con le ringhiere tutte sporche di polvere e arrugginite. All’interno di quell’angusto spazio si trova, in alto, una finestra dalla quale proviene una luce fioca e grigiastra, data sia dal colore cupo del cielo sia dalle ridotte dimensioni del pertugio e che, con un contrasto di luci e ombre, evidenzia il pulviscolo sospeso in aria che conferisce all’ambiente un’atmosfera spettrale. Un silenzio assordante pervade la rampa e ricorda quello di un cimitero in cui le lapidi sono ben rappresentate dalle scure porte d’ingresso degli appartamenti. Buggioni scende le scale come se nulla fosse, come se tutto ciò che gli sta accanto fosse una cornice di scarso valore che ricopre un quadro importante ed imponente, una tela che ha come punto focale il grande obbiettivo di quel momento: trovare il sale. Il rumore delle scarpe quando entrano a contatto con i gradini rompe a intermittenza il silenzio e sembra così preciso e a tempo che ricorda quello delle lancette di un orologio. Giunto davanti all’abitazione della vicina, suona al campanello.
“Signora Beatrice, buongiorno. Sono Enzo… Mi scusi se la disturbo ma in casa ho finito il sale…” grida l’uomo. Poi la porta si apre all’improvviso. Entrato dentro l’appartamento, Buggioni si guarda intorno e nota che  la sua coinquilina è seduta sul divano del salotto con il busto contorto appoggiato allo schienale ed il volto rivolto verso il computer sul tavolo.
 “Tutto bene?” domanda con ansia Buggioni.
“Buongiorno a lei signor Enzo, cosa posso fare per aiutarla?” risponde una voce proveniente dal computer accanto alla vicina.
“Mi servirebbe del sale, potrebbe prestarmelo la signora?” domanda l’uomo allo schermo con un bel sorriso di cortesia.
“Ma certo, lo trova in cucina nel primo sportello a sinistra” soggiunge il computer con la solita voce robotica.
“La ringrazio… ma prima mi piacerebbe, forse, sentire Beatrice se posso prenderlo…” ribatte l’uomo avvicinandosi alla signora.
“Non si preoccupi, decido io per lei… giacché la signora è molto stanca e si sta riposando.”
A quel punto il silenzio piomba anche dentro la stanza, una stanza che ormai ha preso in pochi attimi il funereo clima dell’esterno. Buggioni, per non interrompere quella mancanza di suoni e di rumori che aveva caratterizzato fin da principio quel breve ma significativo tragitto, rimane immobile per interi minuti assecondando la surreale situazione nella quale è precipitato. Come se non bastasse, a rendere ancora più assurdo il tutto, è l’arredamento bizzarro del salotto: non c’è alcun quadro che arricchisce le pareti, ma solo delle strisce nere incollate che assomigliano a una copia ingigantita dei quadri della camera da letto di Enzo. Alla fine, come un brutto incubo che finisce, quel continuo non rumore imperante viene spezzato dalla voce dell’uomo.
 ” Vorrei salutarla un attimo… infondo sono a casa sua e non mi piace che lei non si accorga neanche della mia presenza. Prometto che non la disturbo… ci metterò solo qualche secondo. Giusto il tempo di avvertirla.”
“Faccia pure” risponde in tono gentile la voce.
A quel punto, con il capo leggermente chinato ed un lieve sorriso, l’uomo dà una delicata spinta sulle spalle alla donna e, temendo un brusco risveglio, le sussurra delicatamente
“Signora, sono Enzo. Come si sente? E’ tanto che non ci vediamo.”
Beatrice, però, non accenna a rispondere: il suo sguardo è vitreo, privo di espressività. I suoi occhi spenti fissano incessantemente lo schermo del computer mentre la sua bocca ha una piccola paresi che la fa sembrare leggermente sorridente. Via via che il tempo passa, l’uomo si accorge di dettagli inquietanti: il corpo di lei è scheletrico e appoggiato allo schienale in una posizione così innaturale che, a un suo presunto risveglio, la donna avrebbe sofferto di dolori lancinanti alla schiena. E poi non respira. Ma a tutto ciò, come al solito, Enzo non sembra dare importanza. Infondo è puramente interessato a salutarla e non a notare se c’è qualcosa che non va. A quello ci pensa il computer.
“Ha visto che non le risponde… deve riposare” esclama la macchina.
“Deve essere molto stanca e debilitata la signora… pare morta.  Facciamo le corna!” dice Enzo in tono ironico.
Poi Buggioni, preso dalla fretta di riprendere le sue occupazioni, a passo veloce si avvia verso la cucina, prende il barattolo e se ne va salutando un’ultima volta. Tornato in camera sua, prende la pasta, ci versa un pizzico di sale e, come un lupo che agguanta la sua preda in fin di vita, inizia a divorarla. Finito il pasto guarda il computer ed esclama a squarcia gola “Che meraviglia!”

 

 

“Ha finito di mangiare signor Buggioni?” esclama la voce del direttore dalle casse.
“Sì, ora mi rimetto subito al lavoro…. mi pulisco la bocca e arrivo” soggiunge l’uomo mentre struscia ripetutamente un pezzo di scottex sulle labbra impregnate di pomodoro.
“Faccia pure con comodo, ha ancora cinque minuti” soggiunge la voce pacatamente.
“La ringrazio per la sua comprensione, direttore” ribatte Buggioni. Poi, dopo aver terminato tutto il tempo della pausa a disposizione, riprende il lavoro.


Sono le sei del mattino e il sole sta sorgendo. Dei raggi di luce entrano nella camera e colpiscono, come una spada che trafigge una roccia, gli occhi già aperti di Buggioni, ancora sdraiato sul letto. E così, la tristezza di quei bulbi oculari colmi di liquido lacrimale, viene accentuata dall’energia luminosa del sole che gli fa emanare un brillio spento, proprio di chi è sofferente, di una sofferenza esistenziale.
” Perché sono cosi angosciato? Cosa mi sta succedendo? E’ forse la realtà che mi circonda a terrorizzarmi? A farmi provare questo brivido di preoccupazione? Cosa c’è che non va? Eppure è tutto così perfetto… tutto apparentemente tranquillo. Forse è questo rumore insopportabile che mi procura inquietudine? Forse no… come fa un fastidio, sebbene profondo come questo, a far germogliare nel mio cuore una tale sensazione di disagio? Eppure tutto può essere. Devo risolvere, in ogni modo, questo dubbio… Devo sollevare questo terribile velo di Maya. Chissà da dove proviene questo benedetto fastidio… ogni volta che guardo fuori non c’è nessuno. Che sia tutto uno scherzo? Magari di qualche banda di ragazzotti che vuole fare dei dispetti alle persone che lavorano onestamente come il sottoscritto? Probabilmente no… ma … ma che scemenze mi sto raccontando? L’unica cosa da fare è uscire di casa… se esco troverò probabilmente il colpevole e, a quel punto, gliela farò pagare cara. Lo porterò in tribunale per tutti i danni psicologici che mi ha arrecato! Che si vergogni, maledetto! ” pensa tra sé e sé. Una volta in piedi, non perde altro tempo: si infila le scarpe, indossa il cappotto ed esce. Il paesaggio che trova davanti è tanto desolante quanto evocativo: il vasto parco condominiale che circonda tutti gli edifici della zona è completamente deserto e spoglio. Non ci sono piante che lo abitano, né, tantomeno, vite umane che lo attraversano. C’è un unico albero, una quercia disadorna situata al centro del grande parco.  Tale panorama è reso ancora più alienante dalla completa assenza di vento che lo rende, in tutto e per tutto, una foto, ossia una rappresentazione inanimata del reale, nella quale, proprio perché priva di movimento, il tempo è congelato. Come se la realtà stessa si fosse pietrificata. L’uomo, guardandosi in giro, si accorge che quel rumore fastidioso che lo aveva accompagnato fino ad allora è misteriosamente scomparso, come se fosse bastato varcare la soglia del portone d’uscita per entrare in un’altra dimensione nella quale non esiste più alcun suono né rumore che lo possono tormentare: il silenzio è assoluto. Buggioni  è incredulo. E’ incredulo non tanto perché si rende conto di essere una delle poche forme di vita, ma perché tale assenza di suoni gli indica che non è dall’ esterno che proviene il dannato frastuono ma è proprio da dentro la sua abitazione o, quantomeno, dal condominio in cui abita. D’un tratto, spinto da una forte curiosità per il nuovo ambiente che lo circonda, come quella di un bambino che, appena nato, impara a conoscere il mondo mettendosi gli oggetti in bocca e gattonando per tutta la casa, inizia a inoltrarsi verso l’unico albero della zona. I suoi passi sono lenti e macchinosi, come se le gambe manifestassero tutto il dolore fisico e psichico che l’uomo stava vivendo. I piedi, infatti, vengono strascicati continuamente sul suolo terroso e provocano, una volta a contatto col terreno, l’unico rumore, insieme al suo respiro affannato ed esanime, presente nella zona.
“Ma che succede in questo posto? Perché non ci sono suoni in giro? Voglio vederci chiaro in questa faccenda… o forse no… o forse voglio semplicemente godermi questo non rumore… forse voglio rilassarmi e, per qualche minuto, godermi la vista di questa quercia così spoglia e sola… mi vien voglia, persino, di farle compagnia. Ma adesso che ore saranno? Forse il lavoro mi aspetta e non posso certo perdere tempo prezioso. Eppure, in questo momento, desidero stare qui, nel posto dove il tempo si è fermato.”
Giunto davanti alla maestosa pianta, inizia a guardarla con meraviglia e stupore, inizialmente manifestato da qualche timido sorriso, poi, da delle lacrime di commozione che scendono lungo il suo volto, delle lacrime che, però, non ricordano minimamente quelle del mattino, ma sono bensì lacrime di una persona che ha davanti a sé un caro amico che non vedeva da tantissimi anni. E così, le sue mani iniziano ad accarezzare il ruvido tronco come se quel vecchio legno fosse in realtà la schiena di un essere umano che ha bisogno di essere semplicemente toccata. Buggioni si siede alla base dell’albero a e, con la testa rivolta verso l’alto, si mette a scrutare, per filo e per segno, ogni ramo che compone la pianta. Ognuno è così appuntito che sembra composto da delle grandi spine di rovo e così denso da poter essere paragonato alla fitta rete di fibre che compongono un tessuto.
“Che gioia per gli occhi… dovrei venire qua più spesso. Anche la mattina presto, in modo che tale orario non cozzi con quello del lavoro… già il lavoro!” pensa tra sé l’uomo.
Ma quando la sua mente ricorda la parola “lavoro”, la fronte inizia a sudare all’impazzata, come se inconsciamente, Buggioni, avvertisse un pericolo imminente, come se quel suo tornare a svolgere i doveri di un buon impiegato fosse, all’improvviso, diventato non solo una fatica ma, soprattutto, un male oscuro da dover cancellare e che gli impedisce di rimanere ancora per qualche minuto in quel luogo che, in qualche modo, lo sta cambiando.
Preso dalla furia di ritornare a casa, prende la giacca che aveva delicatamente adagiato sopra le radici e, a passo svelto, torna indietro. Durante il tragitto, però, il suo sguardo ricade, in modo del tutto casuale, su una strana macchia nera posta sul ciglio della strada, proprio sotto la ruota di una macchina. Decide di fermarsi qualche istante per vedere cosa sia quel misterioso punto nero sull’asfalto e, non riuscendoci, inizia ad avvicinarsi.  Via via che la distanza si assottiglia, Buggioni riesce a intravedere il contorno della sagoma nera fino a distinguerlo chiaramente: uno scarafaggio.

 

 

Il piccolo animale è disteso a terra con la pancia rivolta verso l’alto. Le sue zampette nere si muovono incessantemente ma, non riuscendo a toccare l’asfalto, non spostano di un millimetro il suo corpo. Enzo, percependo l’essere vivente in difficoltà, lo prende con la mano per scrutarlo attentamente e si rende conto che è ferito: oltre a non avere più due arti, una parte del torace è completamente schiacciata come se proprio lì, in quel punto, fosse stato calpestato da qualcuno o da qualcosa. Addolorato per la macabra visione, l’uomo prende la decisione di aiutarlo, una decisione che, per quanto strana, rivela una grande compassione per una creatura che, per la maggior parte della gente, verrebbe definita come repellente. Una volta in casa l’uomo prepara sul tavolo accanto al computer, un piccolo letto di cotone sul quale appoggia l’animale. Senza perder tempo, preso dall’agitazione di intervenire il prima possibile, inizia a cercare sul computer come aiutare la creatura. Ma poco a poco, Enzo, si rende conto che la ricerca porta sempre allo stesso risultato: al nulla. Stufo e nervoso per i continui tentativi falliti, decide di chiamare, sempre dal computer, il veterinario più vicino.
“Buongiorno, parlo con il dottor Gentiloni?” chiede Enzo con voce agitata.
“Si, sono io” risponde pacatamente il medico.
“Mi scusi dottore ma ho un terribile problema da risolvere: ho trovato uno scarafaggio ferito sull’asfalto. Gli mancano delle zampe e ha una parte dell’ addome completamente appiattita e sanguinante. Sicuramente deve essergli successo qualcosa di molto grave… la prego, se potesse aiutarmi sarei l’uomo più felice del mondo” esclama disperato Buggioni.
“Sono spiacente signore, ma mi occupo solo di animali domestici” risponde in modo secco il medico.
“Sa mica a chi posso rivolgermi? Ci tengo molto a salvarlo.”
“Non conosco nessuno che si occupi di tali forme di vita. Poi visti i tempi, molti miei colleghi hanno cambiato mestiere. Si sono dedicati ad altro… di conseguenza, il nostro settore versa nella crisi più profonda ” soggiunge Gentiloni con voce rassegnata, come se quelle parole pronunciate annunciassero un definitivo addio alla sua professione.
“E perché mai, il vostro lavoro, così importante fino a poco tempo fa, si sta riducendo ai minimi termini?” chiede Buggioni incuriosito e addolorato da quel dramma lavorativo.
“Semplicemente perché nessuno ha più voglia di avere animali domestici. Sempre più persone hanno meno tempo di occuparsi di loro… e poi, la nostra categoria, ancora oggi, non può lavorare in smartworking per ovvi motivi. Spero solo in tempi migliori… tutto dipende se si riuscirà a creare dei dispositivi capaci di poter curare gli animali lavorando da casa. Solo allora faremo risparmiare molto più tempo a coloro che, ancora oggi, hanno la possibilità di entrare nella nostra struttura” asserisce il medico sempre con un velo di malinconia.
A quel punto gli occhi di Enzo, colmi di una tristezza alimentata anche dal racconto del veterinario, iniziano a produrre lacrime, lacrime che, accarezzando le guance come il dito di una bambina che sfiora con delicatezza un volto, cercano di tranquillizzare il viso cupo dell’uomo.
“Capisco signor Gentiloni. E’ stato molto garbato. Le auguro il meglio per lei e per la sua professione. La saluto.”
“Arrivederla, mi dispiace non averla potuta aiutare più di così” si congeda il veterinario.
Terminata la conversazione, Buggioni, senza demordere, prova a chiamare altri veterinari ma, tra chi ha chiuso definitivamente e chi, invece, si rifiuta categoricamente di aiutarlo, i suoi tentativi di venire a capo di quella spiacevole situazione risultano vani. Preso dallo sconforto si alza dalla sedia e scruta dalla finestra il tronco della quercia, proprio quel tronco che aveva “conosciuto” ed imparato ad apprezzare pochi minuti prima. Il suo sguardo visibilmente preoccupato, per un attimo riesce a rilassarsi, come se l’osservare quello, che può essere definito un semplice pezzo di legno privo di vita, lo tranquillizzasse inspiegabilmente. E così, la postura tesa dell’uomo diventa meno rigida e più leggera: i muscoli, lentamente, si distendono. Sebbene Buggioni trovi giovamento nel guardare il mondo esterno, ancora però, non riesce a trovare una soluzione convincente per salvare dalla morte quasi certa l’indifeso essere. Poi, come se le gambe non riuscissero più a reggere il peso del corpo, si rimette a sedere di getto. A quel punto la sua attenzione ricade tutta sullo scarafaggio che si dimena in modo ossessivo per poter uscire da quella culla che, al giudizio dell’animale, è solo una prigione, una prigione tanto soffice quanto deleteria, poiché il cotone gli rende difficile, se non impossibile, ogni movimento delle zampette.
Ad un tratto, irrompe nella stanza l’audio del suo principale.
“Cos’è successo Enzo, perché ancora non è entrato nel programma di lavoro? Non aveva mai ritardato così tanto!!”
La voce, però, stavolta, ha qualcosa di diverso: un tono molto più basso del solito e, inoltre, è rauca. Una voce che non assomiglia minimamente a quella che Enzo ha sempre ascoltato, bensì, sembra appartenere ad un anziano sofferente.
“Mi perdoni, ma ho avuto un contrattempo” dice Enzo chinando il capo verso il basso come segno di subordinazione.
“Non importa che abbassi la testa… non sono mica uno schiavista…” ribatte in tono ironico il direttore. Poi, riprende il discorso ” Non si preoccupi, i suoi minuti persi verranno ripresi con quelli della pausa.”
“Assolutamente signore… ma sbaglio o oggi la sento un pochino peggio di ieri?” chiede Buggioni incuriosito dallo strano suono che emettono le casse.  
“In che senso, mi scusi?” domanda il direttore.
“Mi perdoni… non che voglia farmi i suoi affari ma non l’avevo mai sentita con una voce così… ehm.. non sua. Sembra quasi che sia congestionato o malato” puntualizza Buggioni, sperando di non essere stato troppo invadente.
“La ringrazio per l’interessamento circa la mia salute. La rassicuro subito dicendole che non mi sono mai sentito meglio. Forse sono i suoi apparecchi a dare i numeri…oppure il suo udito non è più quello di una volta. Ad ogni modo, cerchi, almeno per me, di stare tranquillo” ribatte il superiore con un’aria leggermente stizzita.
“Adesso mi metto subito a lavoro!” esclama con voce decisa l’impiegato.

 

Alcune ore più tardi, Buggioni , chiude per qualche minuto gli occhi per lasciarli riposare: sono gonfi, rossi e indolenziti a causa dalla troppa esposizione davanti allo schermo. La piccola perdita di concentrazione causata dal tentativo di evasione dal lavoro, gli permette di focalizzare l’attenzione su quel piccolo essere intento ancora a dimenarsi, forse per cercare una via d’uscita, in quel letto tanto morbido quanto scomodo. Enzo, notando l’animale in grossa difficolta, decide, con un bel sorriso, di tranquillizzarlo, voltandolo e facendogli delle delicate carezze sulla groppa. Lo scarafaggio agitato e visibilmente spaventato, lentamente, col percepire il leggero tocco sulla schiena, si rilassa, come se avvertisse in quel gesto non un nemico da affrontare ma una madre che, impaurita per le sue condizioni di salute, cerca di coccolarlo. Tuttavia, a causa dei violenti sforzi che il piccolo essere ha compiuto, il letto artigianale si è macchiato del liquido olivastro che fuoriesce tutt’ora dalla parte schiacciata dell’addome. Buggioni, notando il terribile stato di salute del suo “coinquilino”, inizia a commuoversi fino a scoppiare in un pianto strozzato, proprio di chi, come lui, non sa cosa fare.  Preso dal panico comincia ad accarezzarlo con più frequenza, sebbene sappia che quel gesto sia del tutto inutile a salvare quella piccola vita sofferente. Ma, proprio mentre quei gesti amorevoli vengono ripetuti in modo incessante, l’uomo ha un’idea. Senza perdere tempo, dal cassetto della scrivania, prende un ago e un filo e tenta di ricucire la ferita della blatta. Fatto ciò cerca di disinfettarla con dei piccoli bastoncini di cotone inzuppati nell’ alcool.
“Ma costa sta facendo? Non è mica l’ora della pausa!” esclama il principale con voce adirata.
“Mi scusi, so che non è professionale abbandonare per qualche minuto il lavoro, ma devo salvare questa bestiolina!” risponde il dipendente cercando di difendersi.
“Mi faccia il piacere… Torni subito a svolgere il suo dovere e butti via quella cosa!” ribatte il superiore.
“Ma non vede in che condizioni è? Sta morendo… vuole che io lo abbandoni al suo triste destino?” domanda Buggioni con voce profonda.
“Signor Buggioni, qui siamo al limite della follia… ma non vede che animale ha davanti? E’ uno scarafaggio… non lo nota? E’ un cavolo di scarafaggio sporco, puzzolente e schifoso. Se ne rende conto o no?” chiede con veemenza il superiore facendo rimbombare la sua voce in tutto l’appartamento.
“Si, signore, mi rendo conto che è uno scarafaggio… ma non per questo lo butterò via come se fosse un rifiuto organico” soggiunge in tono deciso l’uomo.
A quel punto, il principale, meravigliato dalla forte presa di posizione del sottoposto, per evitare di creare ulteriori discussioni, preferisce addolcire la voce e provare a dialogare più serenamente
“Caro Buggioni, lei fino ad oggi è sempre stato un dipendente molto corretto nei confronti dell’azienda che l’ha assunta. E ciò può solo farle onore.  Tuttavia, le ricordo che lavorare per la nostra azienda significa rispettare sempre delle regole ben precise, che lei, ripeto, fino ad oggi ha scrupolosamente rispettato. Lo scarafaggio può tenerlo con sé, in quanto non ho il potere di ordinarle di porre fine alle sue sofferenze. Però, se non vuole perdere il lavoro, visto che i suoi minuti di assenza ingiustificata sono molto preziosi per l’azienda, ritorni a lavorare come fanno tutti i suoi colleghi. E, per quanto riguarda lo scarafaggio, lo metta da parte, in modo che non possa in alcun modo distrarla. Semmai, durante la pausa pranzo potrà curarlo come vuole, sono stato chiaro?”
“Si, signore. Torno subito al lavoro” risponde Buggioni cercando, viste le parole leggermente meno gelide del principale, di ricomporre il rapporto. Poi, l’uomo prende lo scarafaggio che ha vicino a sé e, sempre con grande delicatezza lo appoggia su un nuovo letto di cotone, preparato per l’occasione. L’animale, però, anche stavolta sembra non gradire l’operato di Enzo cercando di fuggire, con le poche forze rimaste, da quel cumulo di cotone diventato, almeno per lui e per le sue zampette, una vera e propria tortura.  L’uomo, vedendo l’animale sempre più scosso e agitato, viene tormentato da molti dubbi su come lo stia trattando e rimugina tra sé e sé.” Avrò fatto bene a fare così? Forse l’avrò impaurito ancora di più! Avrò sbagliato a disinfettare le ferite con l’alcool? come posso fare per aiutarlo? voglio essergli amico ed aiutarlo a vivere… ma sembra che abbia peggiorato ulteriormente la situazione. Forse se lo avessi lasciato là… sotto la ruota della macchina, a questo punto sarebbe potuto essere già morto… magari gli ho solo allungato la vita per qualche minuto… magari… posso fare altro per lui. Non voglio, però, essere licenziato, quindi, ti prego, piccolino, stattene buono lì, su quella cuccia che ti ho preparato con tanto amore. Ti prego.”
Poi, con ancora un velo di tristezza negli occhi, ritorna alla scrivania e si rimette a lavorare.

 


Il tempo scorre inesorabilmente, e le nuvole che ricoprono il cielo piano piano si diradano, come se fossero semplicemente fatte di fumo che in pochi minuti sparisce, lasciando così al sole il ruolo di protagonista della volta celeste. E così, gli sparuti raggi biancastri che entrano nella camera di Buggioni, si trasformano in veri e propri colossi di luce che mettono in risalto i colori spenti della camera, compresa la carnagione dell’uomo, che da biancastra, assume un tono meno pallido, quasi più umano. L’angoscia di Enzo, però, non accenna a diminuire. Anche mentre lavora, i suoi pensieri sono rivolti esclusivamente alla creatura e spesso si gira per vederne le condizioni. Poi, finalmente, la pausa pranzo. Si alza di scatto dalla sedia e si precipita per vedere come sta la bestiola: è ancora viva. Sollevato dalla scoperta, la prende con sé e l’appoggia sul tavolo accanto al computer tenendola ferma con la mano.
“Stai tranquillo, ora ti do da mangiare” dice con voce rassicurante e, dopo averlo accarezzato nuovamente per cercare di tranquillizzarlo, si fa preparare dal computer una bella bistecca di manzo.
“Ora mangeremo insieme una prelibatezza… vedrai che sarai contento!” gli dice con un dolce sorriso, mentre l’animale cerca di fuggire dalla mano. Pronto il cibo, Enzo da dei piccoli tocchi affettuosi alla macchina come se volesse ringraziarla e, infine, apre il solito sportellino per prendere la pietanza già cotta e profumata. Stavolta, però, nel notare ciò che si trova dietro l’anta, il suo volto sbianca completamente, come se una terribile sciagura si fosse abbattuta su di lui e sul suo nuovo piccolo amico: il contenitore è completamente vuoto.
“Che scherzo è mai questo? Forse il computer si è rotto? Com’è possibile che mi sia accaduta una cosa simile? Come farò a dar da mangiare al mio animaletto? Quanto è farabutto il mondo… ho speso anche i miei soldi, ridatemeli!” grida con impeto alla macchina.
Passato qualche minuto, si calma e prova ad ordinare una pietanza diversa e anche questa volta, il risultato è lo stesso. A quel punto è completamente disperato: le sue gambe, dapprima rilassate, diventano tese. Il volto, invece, è impassibile con una leggera smorfia sulla bocca, mentre la pelle, illuminata dalla scritta virtuale “Il pranzo è servito”, è ricoperta da un spesso strato di sudore. Non è mai successo nulla di simile prima ad ora, poiché tutti gli ingranaggi di quella che lui considera “una vita perfetta” avevano sempre funzionato. “Il computer non può sbagliare, non può!” si ripete nella mente, come se il suo io ancora non accettasse un malfunzionamento dell’apparecchio. “Come può, una macchina meravigliosa come quella che ho davanti, tradirmi così… E’ una tragedia… “
Non sapendo più cosa fare, chiama, sempre utilizzando il computer, il suo principale per spiegargli l’accaduto.
“Mi scusi signore, sono sempre io. L’ho ricontattata perché ho un problema con il computer” dice Enzo con voce tesa.
“Si figuri, mi dica pure” esclama pacatamente il principale.
” Purtroppo devo ancora mangiare perché, sebbene abbia già pagato il pranzo, il mio apparecchio mi ha consegnato un recipiente completamente vuoto. Le chiedo il favore di poter contattare il meccanico dell’azienda, anche se ciò comporterebbe una pausa lavorativa molto più consistente del solito” domanda l’uomo con le mani intrecciate, come se davanti a lui non ci fosse solo un superiore, bensì un vero e proprio padrone.
“Caro signor Buggioni, noto che oggi non siamo proprio in giornata… Quanto altro tempo intende perdere pur di non fare il suo dovere? Lo sa quanto costa all’azienda pagare i propri dipendenti ogni santo giorno? Lei non ha il diritto di chiedere nulla in più di ciò che c’è scritto sul suo contratto di lavoro. E, per giunta, ha già perso troppo tempo a causa di quel mostriciattolo che ha adottato… e… a proposito, vedo che  quell’essere è ancora sul tavolo. Che le prende? vuole persino dargli da mangiare delle prelibatezze preparate per essere degustate da soli umani durante la pausa di lavoro?! Follia…” soggiunge adirato il principale. Poi una pausa. In quegli attimi di silenzio, gli occhi di Buggioni diventano rossi e gonfi, come quelli di un bambino che, dopo aver fatto l’ennesima marachella, viene rimproverato dalla madre con un tono più acceso del previsto. Tuttavia, egli non è un piccolo fanciullo, e non ha compiuto nessuna marachella. In cuor suo, ha semplicemente chiesto all’uomo che lo comanda, più umanità, un’umanità che però, gli è negata. Passano i minuti e la voce del principale stenta a ritornare. Più passa quel tempo senza rumore, più Buggioni si rende conto che il silenzio che impregna la stanza è in realtà illusorio, poichè vi sono suoni ancora più spaventosi dell’audio infuriato del capo e senza dubbio alcuno il primo che gli risalta all’occhio, o per meglio dire all’orecchio, è l’assordante fischio continuo che tanto lo infastidisce. Ancora non è riuscito a capire da dove provenga, come se esistesse con il solo scopo di ricordargli che al peggio non c’è mai fine. Tuttavia, nella camera, riverbera un altro rumore, se mai possibile, ancora più terribile del precedente ed è il continuo ansimare del principale. Tale gemito che, come il primo, è incessante, rimarca lo stato precario di salute del suo direttore. Finalmente, dopo aver ripreso tutto il fiato, il capo con un filo di voce soggiunge “Mi fa, per favore, vedere il recipiente incriminato?”
“Certo signore” ribatte Enzo con lo sguardo abbassato come segno di rassegnazione. Poi prende l’oggetto in questione e lo avvicina all’occhio del computer, in modo che le immagini risultino più chiare possibili agli occhi del superiore.
“Ecco, questo è quanto… come vede è completamente vuoto!” continua
A quel punto una grossa risata esce dalle casse. Buggioni, meravigliato da quella strana reazione, spinge delicatamente la sedia all’indietro e accenna un sorriso come se anche lui, inconsciamente, volesse dare un senso di continuità alla bizzarria del momento. Finita la breve sghignazzata, il superiore si ricompone, come se fosse un generale che, invece di abbandonarsi alla baldoria del suo esercito durante una vittoria, cerca di controllarsi per rimanere lucido e attivo.
“Sa, signor Buggioni. Sinceramente non so che emozioni provare con lei… Non so se essere arrabbiato, divertito, seccato o preoccupato…”
“In che senso, mi scusi?” domanda Enzo.
“E me lo chiede? Mi sta prendendo in giro per caso?!” ribatte innervosito il direttore.
“Continuo a non capire…” balbetta l’uomo, ormai, in preda al panico.
“Ma non vede il contenitore! E’ pieno di succulenta carne…” esclama l’altro.
A quelle parole, in un primo momento Buggioni è sgomentato. Non sa cosa dire. Si rende conto che la realtà sembra non avere più nessuna logica. E’ attonito, poi, però, volendo argomentare le proprie ragioni, cerca di contraddire la figura che sta, sempre di più, diventandogli ostile. Quindi apre il coperchio del recipiente e lo capovolge. Infine lo scuote per dimostrare che da lì, in realtà, non fuoriesce niente.
” Che ne dice? E’ completamente vuoto, no… vede, non c’è nulla!” soggiunge con aria sicura e stizzita.
“Ma non vede che la carne le ha macchiato tutto il tavolo, la tastiera… persino i suoi abiti sono sporchi di sugo… Sta cominciando veramente a preoccuparmi” soggiunge il principale.
“Non sarà mica lei a giocarmi un brutto scherzo?” chiede con veemenza Buggioni
“Ma come si permette! Sarei io quello che si metterebbe a giocare facendole perdere tempo prezioso per il lavoro. Giammai! Si rende conto che lei è ad un passo dal licenziamento, o no? Forse no, perché è completamente rincitrullito a quanto pare. Altrimenti non avrebbe preso uno sporco scarafaggio dalla strada. Altro che lo psicologo… avrebbe bisogno di essere ricoverato d’urgenza in una struttura a lei consona… in camera sua!” grida il superiore.
Buggioni nota l’amara sincerità delle parole che gli sono rivolte.  Preso dallo sconforto, si guarda la camicia e vede, senza grande stupore, che in realtà è pulita.
“Senta, le verrò incontro per l’ultima volta. Le assicuro che più di così non posso fare per lei… si prenda qualche giorno di pausa e approfitti di tutto ciò che è successo per rifletterci sopra. D’altronde non posso far lavorare un uomo così poco lucido come lei, rischiando di compromettere la qualità e la nomea dalla mia azienda. Le concedo tre giorni di riposo, al termine dei quali, però, dovrà dimostrarmi di essere ritornato normale.” conclude il principale.
“Concordo, forse ho semplicemente bisogno di qualche giorno di riposo.” soggiunge Enzo con voce bassa. Poi il suo sguardo ricade sullo scarafaggio che nel frattempo, liberatosi dalle insidie del letto preparato con tanto amore dal suo nuovo padrone, gli è salito sulla mano.

 

Stupito da quel gesto, inizia, del tutto inconsciamente, come se fosse una risposta di ringraziamento nei confronti dell’animale, ad accarezzarlo.  La bestiola però, sembra indifferente a quei delicati tocchi lungo la schiena: è immobile. E’ immobile non tanto perché vuole ricambiare l’affetto del suo nuovo “amico”, quanto perché cerca di captare nell’ ambiente in cui è stata catapultata, eventuali stimoli e pericoli grazie alle sue lunghe antenne filiformi che si muovono freneticamente. Buggioni, convinto che l’animale voglia dimostrargli affetto, accenna un leggero sorriso che, tuttavia, stavolta non è figlio dello sconforto o, peggio ancora, di finzione per cercare agli occhi degli altri di essere sempre solare, bensì è un’azione che gli viene dal profondo del cuore, come se, finalmente, per la prima volta dopo tantissimo tempo, stesse instaurando un rapporto autentico con qualcuno diverso da lui.
“Ciao piccolino, come ti senti?” gli dice in tono buffo mentre avvicina il viso al muso dell’animale “Sbaglio o le tue condizioni di salute sono migliorate?” continua. Poi il suo sguardo ricade sulla parte schiacciata del torace che aveva ricucito con tanta cura, e nota che, sebbene la lacerazione sia ancora profonda, sta guarendo, o almeno così spera.
“Guarda guarda amico mio, la ferita si sta rimarginando…. non è forse così? Vedrai che ti salverò! Devi solo avere pazienza e fiducia in me. Ora, finalmente, ho molto più tempo da dedicarti perchè per qualche giorno non lavorerò” afferma Enzo, continuando incessantemente ad accarezzare la creatura. Ad un tratto, la blatta scende dalla mano e inizia a girare all’impazzata lungo il tavolo per cercare un piccolo pertugio nel quale ripararsi. Senza perdere tempo, l’uomo, con scatto felino, cerca di afferrarla non riuscendoci. Preso dalla disperazione di perdere l’amico, gli urla con la speranza di farsi capire ” Ma dove vai? Io sono qui…sono qui per curarti… non ti farei mai del male. Sono io la tua figura di riferimento!!”
Sebbene quelle parole siano sincere, lo scarafaggio non accenna a fermarsi, finché, a causa dei goffi movimenti dell’uomo, non riceve un colpo violento da quest’ultimo che lo fa precipitare sul pavimento, come un piccolo uccello che, svolazzando disordinatamente, viene colpito da un proiettile di un cacciatore. Con le lacrime agli occhi per essersi reso conto di ciò che è accaduto, Buggioni, si precipita in soccorso dell’animale. Fortunatamente la bestiola è solo capovolta e visibilmente stordita. Senza alcun indugio la raccoglie facendo attenzione a non ferirla ulteriormente, infine la inserisce in un recipiente trasparente che posiziona sul tavolo accanto al computer.
“Povera piccolina. Scappa da me perché le incuto paura. Sono troppo grande per lei e, magari, anche se la tratto come un figlio, non si rende conto che tutto ciò che faccio è per il suo bene. Forse dovrei lasciarla libera? Dovrei lasciarla andar via? Ma lei ha ancora bisogno di me… e io di lei. Almeno per qualche giorno deve stare con me… non vedo altre soluzioni. Ah.. forse ho capito… forse ha reagito così perchè è rimasta male a causa mia. E’ rimasta scioccata perchè le ho fatto una promessa che non sono stato in grado di mantenere. Che stupido che sono… come ho fatto a non capire. Ma non è stata colpa mia… è quel fottuto computer che inspiegabilmente non ha funzionato. Domani funzionerà…Deve funzionare, lo ha sempre fatto” pensa tra sè.

Poi però i suoi ricordi tornano a delle inquietanti frasi dette poco prima dal capo, delle frasi per nulla scontate e che alimentano dei dubbi tra lui e quella macchina che aveva sempre considerato non solo necessaria, ma anche come fonte principale di salvezza.
“Ma è vero che il computer non ha funzionato?” si domanda incessantemente mentre prende dal tavolo l’involucro vuoto del cibo. “Eppure qui dentro non c’è assolutamente nulla…Come mai allora il mio superiore era convinto che ci fosse qualcosa? Che sia io ad avere delle allucinazioni? O magari è proprio il mio capo a non aver visto bene… in fondo ciò che vede è solo un’immagine letta e rielaborata dalla macchina stessa e, magari, in quel caso, anche lui ha avuto un malfunzionamento. Ma può una macchina così perfetta sbagliare? Non lo aveva mai fatto fino ad oggi. Forse è più probabile che io abbia avuto delle allucinazioni…Forse davvero sto impazzendo…ho portato dentro casa uno scarafaggio, un essere ripudiato da tutto e da tutti… Perché ciò che ho fatto deve essere per forza considerato sano? E’ oggettivamente qualcosa di assurdo ma io… come potevo lasciar morire una creaturina in quel modo? Semplicemente perchè la maggior parte delle persone non si sarebbero comportate così? Non è un argomento che mi convince. So di avere fatto una buona azione. Poi se gli altri pensano che sia pazzo, che lo pensino!… e comunque, questo contenitore è vuoto” riflette tra sé Buggioni. Dopo aver guardato a lungo la scatola in questione, la getta con aria stizzita nel cestino nella speranza che quel madornale errore della sua mente o del computer non accada mai più.
Poi, notando lo scarafaggio dimenarsi senza successo per uscire da quella “scatola di plastica”, con un grande dolore messo in risalto sia dai suoi occhi gonfi e pieni di lacrime che  dal volto madido di sudore, si rivolge, inginocchiato, allo scarafaggio, nella speranza che riesca in qualche modo a comprendere il suo linguaggio “Perdonami di tutto ciò che ti sto facendo… probabilmente, in questo momento, vorresti uccidermi. Lo so. Ma io ti voglio solo aiutare. Non sei ancora pronto per uscire da qua. La ferita è grave e può riaprirsi. Là fuori il mondo, come hai potuto constatare, è pieno di pericoli. Ti prometto che una volta guarito ti libererò. Così potrai tornare dalla tua famiglia se ne hai una. Ma adesso non è ancora arrivato il momento. Ti accudirò con amore e cercherò di farti sentire a casa.”
A quel discorso la blatta smette di agitarsi, come se in qualche modo avesse compreso le buone intenzioni di Enzo, o forse, semplicemente, perchè deve riprendere fiato.
“Allora mi ascolti? Capisci ciò che ti dico? Lo sapevo che io e te potevamo diventare buoni amici” mormora l’uomo mentre le sue lacrime di dolore si tramutano in gioia.  Poi prende in mano il mouse e spegne il computer.
“Oggi chiudo con il calcolatore… mi ha fatto più danni che altro” grida con veemenza.
” Adesso mi riposo un pochino. Sono particolarmente stanco” continua rivolgendosi allo scarafaggio. Una volta sdraiato sul letto appoggia la testa sul cuscino convinto che stavolta, dopo tutto ciò che aveva passato, potrà dormire con più tranquillità del solito. Tuttavia, le sue speranze vengono infrante quando nella stanza, poco prima di addormentarsi, ritorna incessantemente a fargli visita il rumore che negli ultimi tempi lo ha sempre tormentato.

Preso dal terrore di non liberarsi più da quel suono orripilante, con uno scatto si alza dal letto e, per cercare il colpevole, si guarda intorno. D’un tratto, la stanza alla quale è affezionato sembra cambiata, come un caro amico che, dopo non averlo rivisto più per diversi anni, si ritrova invecchiato nell’aspetto e il cui animo ha subito una trasformazione così radicale per cui, ciò che si poteva condividere con lui in un primo momento, adesso non è più possibile. La camera infatti, agli occhi di Buggioni, sembra diventata asettica e priva di riferimenti affettivi. I quadri con le strisce nere, per esempio, a cui è particolarmente affezionato, risultano delle semplici macchie bidimensionali che sporcano la parete. Ma ciò che lo sconvolge di più è la visione del computer, che da vero e proprio oggetto di culto è diventato una semplice scatola vuota con qualche filo elettrico all’interno. Enzo si sente completamente distaccato dall’ ambiente che lo circonda, come se quella camera dove ha sempre dormito, fosse diventata parte di un altro appartamento e, di conseguenza, di un’altra storia. Un brivido di inquietudine gli percuote la schiena. Non rendendosi ben conto di dove si trovi e da dove provenga quel suono maledetto, si volge verso ciò a cui tiene di più, lo scarafaggio e lo accarezza.
“Piccolino, vedo che stai meglio. adesso renderò la tua nuova casa un posto migliore della mia. Vado un attimo a prenderti qualcosa da mangiare. Torno subito”  gli dice con voce delicata. Poi, una volta in cucina, prende dalla dispensa qualche contenitore vuoto ed esce dall’appartamento. Dopo una decina di minuti, Enzo rientra in casa con i barattoli pieni di terra e di muschio. Senza perdere tempo, inserisce quanto raccolto dentro la scatola della blatta, formando così un ambiente per lui più naturale.
“Hai visto che regalo ti ho fatto? Ti piace la ristrutturazione? Io la trovo meravigliosa. Tu che dici? Non devi vedermi come un nemico… guardami bene. Infondo sono solo più grande di te. Noi due siamo molto simili, sai? Prova a vedermi non come un predatore ma come un animale della tua stessa specie. Magari cerca di percepirmi come se fossi tua madre, o tuo padre… ma non un estraneo” continua Buggioni annuendo con un sorriso.  Tuttavia, l’animale non accenna alcun movimento, come se le dolci parole dell’uomo non lo toccassero minimamente.
“Non riesci a comprendere ciò che ti dico?” soggiunge Enzo con voce abbattuta.
“Poco male. Tieni queste, le ho prese per te” ribatte mentre appoggia davanti alla blatta un barattolo pieno di formiche morte. Poi apre il contenitore e ne versa qualche d’una dentro la scatola.
“Sarai affamato… assaggia.”
Lo scarafaggio, anche stavolta, non manifesta alcun interesse nel mangiare tutto quel cibo, come se preferisse morire piuttosto che essere nutrito in quel modo o, semplicemente perché, in realtà, quel determinato alimento, non fa parte della sua dieta. Buggioni, vedendo la creatura non reagire a nessuno stimolo, inizia a preoccuparsi per le sue condizioni.
“Come è possibile che non voglia trangugiare niente, che sia così immobile… Forse non si fida. Magari pensa che quel cibo sia avvelenato? Ma cosa ne sanno gli scarafaggi del veleno. Magari è arrabbiato con me per quella botta che gli ho dato? Ma deve capire che non l’ho fatto apposta, è stato un incidente, un cavolo di incidente. Forse se lo imbocco mangerà…” pensa ad alta voce l’uomo come se dentro di sé sperasse che qualcuno o qualcosa potesse comprenderlo.

 

**

Nel frattempo la luce del sole si affievolisce.  Le ombre di tutto ciò che è presente nella camera da letto, perdono d’intensità e quasi si confondono con le zone illuminate, come se non ci fosse più una separazione netta tra il buio e la luce, ma un punto d’incontro tra i due estremi. In quell’illuminazione così particolare da poter risultare innaturale, rimangono solo due cose in contrasto tra loro: la chiara e morbida pelle dell’uomo e quella scura e rigida come uno scudo, dello scarafaggio. Una differenza così insormontabile che nemmeno la luce può ridurre. E questo, non fa altro che alimentare le preoccupazioni di Enzo che, sentendosi impotente di fronte alla natura delle cose, cerca di nascondere i timori con un finto sorriso e prova a colmare l’abisso che lo separa dall’essere uno scarafaggio, promuovendosi ad una figura genitoriale. Poi il suo sguardo perso nel vuoto si ricompone, come se ritornasse in sé dopo un’allucinazione visiva. Prende con una mano la blatta e la avvicina alla carcassa di una formica.
“Dai, ora ti devi nutrire se non vuoi morire. ” esclama Buggioni. Ma il desiderio dell’uomo non viene realizzato: l’animale è ancora immobile come se fosse paralizzato.
“Ma cosa devo fare per farti mangiare? Mi vuoi lasciare solo, abbandonato a me stesso? Non ci voglio stare senza di te, non ancora! Ti prometto che, una volta che sarai guarito, ti libererò… ma fino ad allora tu starai con me. Lo so che probabilmente ti faccio schifo, ma ti posso assicurare che qui con me sei al sicuro. Il mondo esterno può nascondere molte insidie, soprattutto per te che sei ancora molto debole” esclama con veemenza. Via via che i minuti scorrono, l’angoscia di perdere l’amico si tramuta in frustrazione che, a sua volta, sfocia nell’ira, sia di non riuscire a far nulla di buono nei confronti dell’animale che dell’assistere con rassegnazione al vederlo morire di fame. Ed è proprio in questo momento di massima disperazione che fa ritorno più forte di prima l’insopportabile rumore. A quel punto gli occhi di Enzo non sono solo colmi di lacrime, ma rappresentano perfettamente tutte le emozioni che prova. Il furore, lo spavento e la preoccupazione vengono messi in risalto dall’eccessivo gonfiore dei bulbi oculari. Ormai non c’è più nulla che possa bloccare la sua volontà di voler fermare a tutti i costi quel frastuono, nemmeno il frastuono stesso. Dopo una rapida occhiata all’interno della stanza, nota che, incredibilmente, quasi per magia, riesce a percepire meglio la posizione del rumore e, se pur con non poca fatica, percepisce che c’è qualcosa sopra la scrivania che non sta funzionando come dovrebbe. Senza pensarci due volte, si avvicina al tavolo da lavoro e nota che sul retro del computer c’è un piccolo foro. Ci accosta l’orecchio e scopre che il problema viene proprio da quel microscopico buco.
“Cosa sta facendo?” esclama la voce metallica proveniente dal computer, la stessa che Enzo aveva sentito dalla sua vicina.
“Ho notato che c’è un piccolo foro sul retro della macchina dal quale proviene un suono molto fastidioso per le mie orecchie, si può aggiustare?” chiede Enzo con veemenza
“Perché lo vuole aggiustare? Il computer va benissimo così com’è! “risponde la macchina.
” Il suono che emette è troppo fastidioso per me!” ribatte Enzo
“Mi dispiace ma da quell’apertura non esce alcun suono” soggiunge con voce ferma il computer.
“Quindi, secondo lei, ci si può abituare al rumore… non lo nega più, giusto?” ribatte Enzo con voce turbata.
“Non ho mai detto che tale suono esista. Ci sono state alcune persone che, come lei, hanno riportato dei sibili molto fastidiosi. Dopo diverso tempo, però, si sono abituati a tale condizione e non hanno più sentito alcun suono ” afferma con tono inespressivo la voce meccanica.
“E come hanno fatto ad abituarsi? Ciò che sento è così fastidioso che sveglierebbe dal sonno eterno anche un cadavere…” soggiunge l’uomo formando con la bocca un’espressione ironica.
“Provi a non pensarci… si distragga con altre cose. Per esempio cerchi di mantenere alta la sua attenzione verso il lavoro” gli risponde in modo austero il computer.
“Si, ma non sempre posso lavorare… ci sono anche dei momenti di riposo. E’ nel silenzio che mi tormenta!” esclama Enzo.
“Si metta un rumore di sottofondo, vedrà che l’aiuterà a sopportar meglio questo sintomo.”
“Io, però, continuo a non essere convinto che sia un “acufene” riattacca Buggioni con più carica.
“La prego di stare attento a ciò le dico perché non ho affermato in alcun modo che lei soffre di acufene. Ciò che sente non è detto che provenga da dentro la sua testa. Può benissimo essere un rumore esterno. Ma, ci tengo a puntualizzare, è certo che tale frastuono non è riconducibile in alcun modo ad un difetto di fabbricazione del computer. Se lei è in difficoltà ad affrontare tale problema, la posso informare che aumentare le ore di lavoro, anche di notte, sarebbe per lei una strada da non sottovalutare. Ha bisogno di distrarsi con ciò che è importante nella vita: il lavoro. E poi, visto che è seguito anche da un grande psicologo, si faccia aiutare da lui. Anzi, lo chiami subito” gli ordina la voce.
Subito dopo quel discorso, Enzo, incomincia a sentirsi abbattuto, come se qualcuno o qualcosa non lo volesse in alcun modo ascoltare, e né, tantomeno, aiutare. Dentro di sé, prova una sensazione di disgusto che lentamente sfocia nella nausea, nella nausea di ritrovarsi a parlare dei suoi problemi ad un macchinario che, seppur complesso come il computer, è vuoto come il piatto che, poche ore prima, aveva richiesto. E così, via via che i secondi scorrono inesorabilmente, la sensazione sgradevole di non ritrovarsi più nella sua adorata camera aumenta. Una serie di quesiti esistenziali lo attanagliano e gli provocano delle inquietudini ancora più profonde che affossano ancora di più le molto scure borse sotto i suoi occhi, “Chi sono io in questo momento? Dove mi trovo? Che sia tutto un sogno? No, anzi, questo non può essere solo un sogno… questo è un vero incubo! E’ questa la mia camera? Non me la ricordavo così…Tutto mi sembra diverso. Troppo diverso. Vedo semplicemente un ambiente chiuso da cinque pareti, contando il soffitto. E, all’interno di questo spazio, tutto è vuoto. Sono vuoti i quadri che ho attaccato con tanta gioia qualche anno fa. E’ vuota la scrivania che ho davanti… e tutto ciò che è appoggiato su di essa… compreso il computer. Se tutto ciò che mi circonda è vuoto, allora è possibile che sia vuoto anche il mio corpo?… Di cosa mi sono nutrito fino ad ora? Mi sono nutrito del nulla? Non so più cosa pensare. Possibile che abbia ragione la macchina di fronte a me? Comincio seriamente a dubitare della realtà. Come se non vedessi più delle cose che gli altri continuano a vedere, o meglio, come se notassi delle cose che gli altri non riescono a notare. Sono veramente terrorizzato, perché mi rendo conto di trovarmi ad un bivio: sono io il folle o lo sono gli altri? Mi vedo come un giocoliere che cammina su un sottile filo di lana sospeso nel vuoto. Non riesco a scorgere dove quel filo mi può portare, però ho la terribile sensazione di essere spiato. Mentre cammino goffamente cercando con tutto me stesso di non cascare, infatti, sento delle urla in lontananza, urla che talvolta si confondono con delle risate. Non sono amichevoli. Come se da qualche parte ci fosse un pubblico che non aspetta altro che un mio passo falso, un mio piccolo errore che mi faccia precipitare nell’abisso. A questo punto, visto che non so quanto possa essere lungo il mio tragitto, e, soprattutto, quanto io possa reggere fisicamente la stanchezza che mi porto dietro da diverso tempo, perché non buttarmi volontariamente nel nulla? Perché non abbandonarmi ai consigli di tutti coloro che, dall’alto, percepiscono la misera condizione nella quale verso? Almeno gli spettatori li farei contenti…. anche se l’unico a non esserlo sarei io. Ma il singolo può anche sacrificarsi pur di far del bene alla comunità, no? No… no se il singolo diventa solo carne da macello.”


Mentre Enzo è immerso nei suoi pensieri, i suoi occhi si muovono all’impazzata, come se cercassero di capire dove è la meta a cui avrebbe portato quel sottile filo di lana. D’un tratto la vista dell’uomo ricade su un piccolo particolare che ai più, darebbe solo fastidio: lo scarafaggio. Stavolta ciò che colpisce la sua attenzione non è l’animale in sé, quanto il gesto che sta compiendo. Mangia un capello. Un pelo cascato sulla nuova “casa ” della blatta è finito nel menù principale dell’animale sebbene, davanti alla bestiola, ci siano una decina di cadaveri di formica pronti per essere ingurgitati. Ma tra tutto quel cibo sparso casualmente sul “pavimento” della scatola, l’esserino ha optato per un semplice bastoncello di cheratina che, tra l’altro è anche difficile, almeno per il corpo umano, da digerire, rispetto a delle “pietanze” ben più succose e nutrienti.  Lo sguardo dell’uomo è meravigliato. A quella vista perde immediatamente tutta la tensione accumulata. Poi, con un timido sorriso, socchiude gli occhi conferendo al volto un aspetto più sereno. Nei suoi pensieri, inizia a scorrere l’idea che, proprio quel capello può, in qualche modo, rappresentare il gracile filo che lo separa dal suo approdo finale. In un certo senso, è come se lo scarafaggio lo stesse chiamando a sé, come se loro due fossero in qualche modo uniti indelebilmente dagli accadimenti della vita, tanto da poter essere i propri corrispettivi.
Poi, come un’apparizione che si spegne davanti agli occhi aperti, lo sguardo di Enzo ricade sul computer, con un’espressione completamente cambiata. Un’ espressione che, al contrario di quella pensierosa e intimorita di prima, è più decisa e lucida, come se per una volta sapesse cosa fare di testa sua. Si rivolge di nuovo alla voce nell’apparecchio:
“Certo che lo chiamo. Ho tutta l’intenzione di analizzare molto bene e quanto prima possibile il mio problema” soggiunge con veemenza.
“Bene, vedrà che non se ne pentirà… lei sta diventando un caso psichiatrico. Se ne rende conto, vero?” chiede la macchina.
“Assolutamente… no”. “Noto che si fa sempre più supponente. Ha dei dubbi sulla mia autorevolezza?” chiede la voce.
” Non dubito di lei, tuttavia voglio provare a ragionare con la mia testa. Però, stia tranquillo, di ciò ne parlerò con il mio analista” ribatte Enzo con una decisione propria di uno spirito libero, di chi vuole andare a fondo su ciò che lo circonda.
“Bene, la saluto cordialmente” soggiunge il computer con il solito timbro vocale impassibile.
“A presto” risponde l’uomo. Poi, dopo aver chiuso la discussione con la macchina, fa una smorfia che ricorda un timido ghigno. Improvvisamente, sul computer, si apre il collegamento con lo psicoterapeuta, senza che Enzo abbia fatto ancora nulla per cercare di contattarlo.
” Signor Buggioni, è lei?” chiede in tono preoccupato il dottore.
Tuttavia, quando Enzo ascolta la voce, il suono gli risulta familiare, sebbene non capisca di chi sia. In un primo momento gli ricorda quella di colui che, fino a quel punto lo aveva sempre seguito: il dottor Goffredo Romei. Però, si rende conto che quella del suo medico di riferimento era molto più squillante e profonda. Pertanto, preso anche da una inquietante preoccupazione, controlla sullo schermo il nome di chi gli sta parlando e nota la scritta “Goffredo Romei”. Non credendo ai propri occhi risponde balbettando ” Sì, sono io. Con chi parlo?”
“Come con chi parla? Non mi riconosce?” chiede con aria stupita il dottore.
“No, mi dispiace” esclama Buggioni fingendo di non capire.
“Sono io… Goffredo Romei! non mi riconosce più?” esclama
“Mi scusi, non l’ho riconosciuta perché mi sembra che la sua voce sia cambiata. E poi, l’appuntamento non era mica per oggi… lo anticipiamo? ” domanda Buggioni con animo inquieto.
“L’ho chiamata perché mi è appena arrivata una notifica sul suo stato di salute in continuo peggioramento. E il fatto che non mi abbia riconosciuto ne è la prova. Lei è malato” afferma Romei sempre più teso.
“La ringrazio dottore di preoccuparsi delle mie condizioni. Ma, se posso permettermi, la sua voce l’ultima volta mi sembrava molto più brillante e viva” riprende Buggioni. Poi, come un fulmine a ciel sereno, i suoi pensieri vanno a quando ha sentito quella del principale: anch’essa era spenta e faceva presagire un brutto malessere.  Sempre più terrorizzato dalle condizioni di salute del medico, il respiro diventa affannato e la sua espressione cambia repentinamente: da sicura che era diventa angosciata, come se fosse in ospedale a trovare un caro amico sul letto di morte. Infine, dopo qualche secondo di silenzio strozzato dal suo ansimare, si fa coraggio e continua il discorso:
“Ma lei come si sente?”
“Io? Io bene… ma lei piuttosto? L’ho chiamata per parlare di lei e non di me. Andiamo al dunque, signor Buggioni. Cosa le sta succedendo?”
A quelle parole, Enzo si rende conto che, così come il suo capo, anche il dottore non avrebbe creduto a nessuna frase che si fosse discostata dalla sua percezione della realtà. Così, infatti, la parola malato diventa uno strumento per accusare il prossimo di essere non solo diverso, ma anche dalla parte del torto in modo del tutto aprioristico. Con un folle, in fondo, non si può ragionare. Va solo curato. In poche parole, gli va fatto accettare non la realtà come la vede lui, bensì come la vedono gli altri e, per tale motivo, Enzo, abbandona l’idea di poter ricevere una risposta autentica alle sue domande. In segno di rassegnazione, incrocia le braccia e smette di ansimare. Facendo un finto sorriso, risponde alla domanda che gli era stata rivolta.
“A me? A me niente… è solo che questo mondo mi sta diventando sempre più estraneo… Tutto ciò che mi circonda è diventato privo di valore. Persino l’aggeggio dal quale mi sta contattando lo è… incomincio a vederlo come una vecchia scatola con qualche rotella all’interno…. Non so… mi sembra di vivere di una menzogna.”
” E queste sue turbolenze psichiche da quando sono iniziate?  C’è stato qualcosa o qualcuno che ha prodotto tutto questo?” chiede incuriosito Goffredo.
“Sì, c’è, certo che c’è.  Vede quell’animale laggiù?” soggiunge Buggioni con il braccio indicando la bestiola.
“Perbacco! Cos’è?!” esclama Goffredo con stupore.
“Lui è il mio grande amico ed è una bella blatta nera” risponde orgoglioso Enzo
“Cosa ci fa con quell’animale in casa?” ribatte il medico cercando, sebbene  ritenga la situazione assai bizzarra, di rimanere con un tono di voce impassibile, in modo da non far sembrare, agli occhi del suo paziente, ogni proprio intervento un’accusa.
A quel punto dei bei ricordi della sua uscita si fanno vivi e addolciscono il sorriso impostato di Buggioni, fino a renderlo del tutto naturale. Gli occhi diventano improvvisamente lucidi di commozione, poiché quel momento epifanico non solo lo ha tenuto, anche se per poco tempo, lontano dall’assordante rumore della sua camera, ma gli ha fatto trovare una creatura di cui occuparsi. Una vera e propria perla in un deserto nebbioso e privo di vita. Il corpo di Enzo assume una posizione più rilassata, la posizione di un nonno che, seduto sulla sua vecchia sedia, racconta una favola al proprio nipotino in braccio.
“Tutto è iniziato quando sono andato via da questo posto. Sono uscito perché ero convinto di poter trovare la causa del rumore assordante. Se ci ripenso… che sciocco sono stato…una volta fuori, nel giardino condominiale il mio sguardo è stato catturato dalla presenza di una quercia morta. Non so spiegare il perché. Però mi sono reso conto che lì, il suono tremendo era sparito…. lì, in quel posto fatato, il trambusto non esisteva più. Mi sono avvicinato all’albero e… per qualche minuto sono stato con lui. L’ho accarezzato. Poi, mentre ritornavo nel mio appartamento, ho notato in lontananza lo scarafaggio. Era sotto la ruota di una macchina e aveva una parte del torace schiacciata. E’ cresciuto dentro di me il desiderio di aiutare quella povera creatura sola a sopravvivere. Ho deciso, quindi, di portarlo con me, in casa. Lo so che tutti mi prendono per pazzo, ma grazie al rapporto che ho creato con quel piccolo essere, adesso sto capendo molte più cose di prima. Ho scoperto, per esempio, che è il computer la causa dell’incalzante rumore, anche se il computer stesso considera le mie affermazioni farneticanti. Inoltre, cosa ancora più assurda, il computer non mi nutre come dovrebbe. Tutti i piatti che mi ha preparato, almeno ultimamente, sono vuoti, così come è diventata vuota e priva di significato la mia camera.”
“Signor Enzo, quindi mi sta dicendo che tutto questo stravolgimento che sta vivendo, è dovuto all’animale che, in qualche modo ha deciso di adottare”? E’ così?” chiede con insistenza lo psicoterapeuta
“Sì, è così” afferma l’uomo. Poi, con la coda dell’occhio guarda lo scarafaggio che, nel frattempo, ha appena finito di mangiare il capello.

A quel punto, allarga le labbra formando un bel sorriso. Un sorriso sentito e carico di affetto, come se volesse far vedere al mondo quanto, per lui, fosse importante quel piccolo animale. Tuttavia la reazione del medico è glaciale: rimane seduto sulla sua sedia intento, con volto inespressivo, a guardare immobile l’immagine proiettata dal suo schermo. Non accenna alcun movimento, sia, come giusto, per non dar l’impressione al paziente di essere giudicato, sia per rimanere concentrato sul lavoro senza lasciarsi andare alle emozioni del momento, come se fosse una macchina.

“Ha visto dottore? E’ incredibile vero? Ormai siamo diventati simbiotici” dice con aria euforica Buggioni.

“A cosa si riferisce, mi scusi?” risponde Goffredo, cercando di utilizzare un tono di voce il più piatto possibile.

“Al fatto che lo scarafaggio abbia mangiato solo il mio capello” esclama Enzo pieno di gioia.

“E allora?” ribatte lo psicoterapeuta fingendo di non capire.

“Ma non comprende ciò che è accaduto? Vede quelle forme nere intorno allo scarafaggio? Sono i corpi di formiche che ho raccolto in giardino per portare qualcosa da mangiare al mio amico… Ma non li ha voluti… si è nutrito solo del mio capello, solo di una mia parte del corpo. E sono sicuro che l’ha fatto non solo per mostrarmi tutta la sua gratitudine, ma, anche, per avere una parte di me dentro di sé” soggiunge Enzo. Sebbene si renda conto che il suo discorso potrebbe essere percepito come privo di fondamenta logiche degne di una persona considerata normale, è assai convinto di ciò che pensa e vuole andare fino in fondo alla faccenda. Sente, infatti, il dovere di scostare “il velo” davanti agli occhi del suo terapeuta non solo per mostrargli tutti i progressi di crescita compiuti, ma anche per instaurare una terapia, non più tra medico e paziente, ma tra due persone, che, tramite le conoscenze reciproche, arricchiscono i loro modi di vedere le cose, quindi, tra pari.

“Come facevano gli antichi che, dopo aver ucciso il loro nemico gli mangiavano il cuore” sottolinea il medico.” Sì, penso che sia proprio così” “Lei crede che uno scarafaggio possa ragionare come un uomo?” chiede Romei cercando con il tono di voce di risultare il più distaccato possibile.

Il volto di Enzo da allegro diventa serio. Diventa serio non tanto per l’apparentemente innocua domanda, ma perché percepisce in quella richiesta, la volontà di affossare i suoi pensieri, di farlo rendere conto che tutto ciò che dice è dovuto al frutto delle sue masturbazioni mentali che mal possono combaciare con la quotidiana realtà. Decide quindi di fare silenzio e di assumere nei confronti del medico un atteggiamento meno emotivo, proprio come fa Goffredo con lui. Da quel momento il rapporto tra pari che avrebbe voluto creare Buggioni, sparisce, o meglio, non è neppure nato e mai nascerà. Ormai a colloquiare ci sono due individui pronti a far prevalere il proprio pensiero sull’altro inducendolo all’errore. Poi, il silenzio.

Enzo inizia a parlare.

“Se questa domanda me l’avesse posta qualche giorno fa, le avrei risposto senz’altro che nella normalità sarebbe folle pensare ciò. Tuttavia, credo che oggi più che mai debba essere ridefinito il concetto di normalità. Cos’è normale? Cosa significa normale? E’ normale alzarsi tutte le volte dal letto e sentire un fischio immondo? E’ normale comprare i prodotti sul computer? Forse sì. E’ normale che io e lei ci si parli tramite questo aggeggio elettronico? Sicuramente… Ma cosa definisce il concetto di normalità? E’ l’abitudine… se io uccidessi tutti i giorni una persona sarebbe, per me, normale farlo. Di conseguenza, se tutti gli individui che compongono una società si rasassero i capelli a zero allora tale comportamento diventerebbe la normalità, se non una vera e propria regola. Signor Romei, stavolta i capelli vorrei farli crescere. Perché la normalità di oggi, per me, è la follia del domani. Mai, prima di adesso, mi sono sentito così normale” afferma con veemenza Enzo.

Stupito per la forza e la riflessione del suo ex-paziente diventato un vero e proprio rivale, Romei inizia a mostrare, sull’impassibile volto, qualche segno di turbamento: gli occhi si socchiudono e, se prima erano fissi su quelli di Enzo, adesso guardano in basso. La bocca, invece, forma un sorriso strano e non naturale, proprio di chi non si vorrebbe mai trovare in quella situazione, come uno studente che, colto impreparato ad una interrogazione, va nel panico per trovare una via di fuga al fine di riuscire a strappare almeno una sufficienza.

“Concordo con lei. Ha fatto un’osservazione inoppugnabile. Non ho alcun dubbio riguardo alla profonda riflessione che ha fatto. Tuttavia, temo che abbia frainteso il vero senso della mia domanda. Non ho il minimo intento di screditarla, né tantomeno di deriderla. Lei è un mio paziente e come tale sta attraversando questo percorso con me per crescere e non per essere vilipeso. Lei mi ha riferito che tutti questi avvenimenti spiacevoli che ha avuto, come per esempio, il non riuscire più a mangiare usufruendo del computer, il pensare erroneamente che sia proprio il computer la causa del fischio insopportabile oppure il non riconoscere più la sua camera, siano nati dopo che ha “incontrato” l’animale. E, a questo punto, per me, non c’è alcun dubbio su quale sia la causa che ha scatenato questi terribili disagi. Lei, se vuole dare una svolta alla sua vita, deve ucciderlo… o, quantomeno, non dovrà più averci a che fare.”

Poi il silenzio. In quell’attimo di assoluto non rumore dove la parola viene a mancare, i due uomini comunicano tra loro solamente con le espressioni facciali. Entrambi i contendenti, perché, ormai, è questo ciò che sono diventati, si scrutano incessantemente allo schermo come due predatori affamati che cercano di studiare l’avversario per colpirlo nel suo punto debole.  Sebbene la loro mimica facciale sia molto simile, in realtà provano delle emozioni completamente diverse, per non dire opposte. Infatti, mentre Romei è nervoso come se non sapesse più cos’altro dire, Buggioni, al contrario, è calmo e sicuro di sé. E questa fiducia è propria di chi, diversamente dal medico, non si sente più solo. Preso dall’angoscia di non trovare più la forza per farsi intendere, Goffredo, cercando di spezzare quel silenzio diventato per lui un vero inferno, soggiunge “Allora che intende fare? Provi ad ascoltarmi.”
Tali parole, dette in modo scomposto e con un tono di voce che rasenta la disperazione di un medico che vede il proprio paziente sull’orlo di un precipizio, non turbano minimamente il volto composto del suo rivale.
“Hai sentito? Il mio dottore sostiene che per farmi ritornare “normale ” debba ucciderti” esclama con aria quasi divertita Buggioni rivolgendosi allo scarafaggio.
“Lo vuole capire che quell’essere immondo la sta portando alla rovina! Non è il computer che l’ha sempre accudita nel migliore dei modi,  è quello schifo che ha in casa!” esclama Romei con tutta la forza che ha in gola.
“Mi dispiace dottore, ma non concordo su nemmeno una parola di ciò che mi ha detto.  Mi ha seguito per tutti questi anni e le sono grato del lavoro che ha svolto. Tuttavia, ho la netta sensazione che non sia più in grado di andare avanti con me. Tutto ciò che mi sta dicendo mi fa solo del male” ribatte Buggioni con pacatezza. Poi il suo sguardo ricade sul volto del medico.
“Per forza le fa male. La verità è sempre dura da accettare, specie quando è così scomoda ” dice Romei sperando di aver colto nel segno.
“Tutt’altro. Questa terapia non la desidero perché è lontanissima da me. L’unica cura valida è quella di stare il più possibile con il mio nuovo amico. Se lei non lo accetta, è un problema suo. Non mio.  Inoltre la sua espressione dice tutto…Lei è insicuro.  Si vede lontano un miglio che non sa più come continuare la conversazione e questo mi gratifica. Mi gratifica perché è la prova che lei si sente alle strette e forse anche lei sa che ciò che sostengo si avvicina alla verità più di quanto non lo facciano i suoi discorsi. Sente questo frastuono che permea casa mia? No, vero.”
“No” risponde in modo secco lo psicologo.
“Le posso dire che non sono acufeni perché, quando sono uscito di casa, il frastuono non c’era più” continua Buggioni. Improvvisamente i suoi ricordi ritornano ad un fatto avvenuto tempo prima, un fatto a cui, fino ad allora, per qualche inspiegabile motivo, aveva dato poca attenzione ma che, in realtà, è molto inquietante. Il suo volto, infatti, cambia radicalmente. Diventa terrorizzato. Come se l’orrore in persona si fosse presentato davanti a lui. La sua sicurezza è sparita d’un tratto, per lasciare il posto ad un uomo in preda al panico. Fa dei respiri profondi. Si calma. Infine, riprende il discorso
“Mi ricordo che giorni fa ho trovato il cadavere di una donna. Ero andato nel suo appartamento per prendere del sale. Una volta lì, ho visto il corpo seduto sulla poltrona e… pensavo che dormisse. Dopo una rapida conversazione il computer accanto a lei mi ha rivelato che era morta. E la cosa più sconcertante è che sono tornato nel mio appartamento in tutta tranquillità, pensando che fosse tutto normale, che tutto facesse parte della solita routine quotidiana. E non avevo ancora trovato il mio amico.  Ora che ci penso trovo quel fatto agghiacciante”
“Cosa ci trova di così spaventoso in tutto questo?” domanda confuso Romei, “in fondo la morte fa parte della natura.”
A quelle parole Buggioni guarda il medico con aria incredula. Poi nota che il dottore è sempre più nel panico: le mani gli tremano e il respiro diventa affannoso come se avesse appena terminato una maratona.
“Mi prende in giro? Per lei è normale che un computer mi dica quelle parole?  Che trovi il cadavere della mia vicina e che io faccia finta di nulla?” gli chiede Enzo sempre più confuso.
“Fa parte della quotidianità” soggiunge il rivale.
“Forse… ma ciò non significa che si debba accettarlo a priori” ribatte Buggioni.
“Lei sta dubitando di tutto e di tutti. Ciò le crea solo insicurezze dalle quali non uscirà mai se non si separa da quell’affare. Lei è in una situazione grave e se non ci porrà rimedio finirà molto male!” grida perdendo la pazienza.
“Cosa fa? Mi minaccia?” esclama Enzo alzandosi di scatto dalla sedia.
“E’ lei che sta minacciando la sua salute mentale… non io. Io sono qui per guarirla… sono un professionista. Mi lasci fare il mio lavoro” ribatte ancora una volta il medico.
“Mi dispiace dottore ma, a questo punto, mi sembra inutile continuare. Le farei solo perdere tempo” soggiunge l’ex paziente con un filo di voce.
Nessuno dei due sfidanti ha più il coraggio di parlare perché sanno che ogni minima parola, per l’altro, è falsa. Falso come il rapporto di fiducia che si era creato negli anni e che ora si è trasformato in un fastidioso e ripugnante insieme di bugie. Enzo distoglie lo sguardo dallo schermo, come se volesse non aver più niente a che fare sia con il computer che con il dottore, e si avvicina, con passi molto lenti, alla casa della bestiola. Per un attimo si dimentica di cosa gli sta intorno. Prova gioia. E’ felice perché in quel meraviglioso rapporto che si è creato con lo scarafaggio c’è la fonte della verità, una fonte diametralmente opposta alla verità del suo tempo, ma che gli permette di poter essere più autentico e più indipendente da tutti coloro che, assuefatti dal mondo moderno, non vogliono minimamente mettere in discussione la loro opinione. Una volta giunto davanti alla scatola, però, si accorge che lo scarafaggio è sparito. Preso dallo sconforto più totale inizia a cercarlo stando attento a non rischiare di calpestarlo. Guarda sotto i mobili, sul letto, nei cassetti, ma in camera, dopo una scrupolosa ricerca, non c’è.
“Non ti piace la casa che ti ho preparato con tanto amore?”  chiede Buggioni ansimante, sperando inutilmente che lo scarafaggio risponda. Poi, con la coda dell’occhio, nota in lontananza una macchiolina nera in corridoio mentre entra in bagno. Senza pensarci due volte la raggiunge con uno scatto, poi la felice scoperta: lo scarafaggio.
“Piccolino mio, cosa ti prende? Perché sei scappato? Non vuoi più tornare nella tua casetta?” gli chiede dolcemente mentre con estrema delicatezza, per cercare di non spaventarlo, lo accarezza. Però, la gioia di aver ritrovato il suo caro amico sparisce come un fulmine a ciel sereno. E’ turbato da una strana sensazione, come se fosse capitato nel posto sbagliato al momento sbagliato.

 

D’un tratto, nota allo specchio del bagno un’immagine non ben definita. L’uomo, infatti, a causa della fitta oscurità che avvolge la stanza, non riesce a distinguere bene i contorni degli oggetti presenti. Tuttavia, dal corridoio provengono dei tenui raggi di luce che rendono meno impegnativo il grande sforzo visivo. Raggi che, per quanto deboli, propagandosi nella stanza, colpiscono le sue mani che accarezzano il disgustoso animale, accentuando, così, quel gesto di tenerezza fuori dal comune. L’attenzione di Buggioni si posa per un istante sulle linee luminose che penetrano nella stanza, finché il suo sguardo ricade sulle sue braccia: sono scheletriche. Terrorizzato da quell’orrenda visione accende la luce. Davanti a lui si rivela un luogo che mai avrebbe pensato di vedere. Mai, infatti, si è reso conto che una parte della casa era così sporca e trascurata: lo sporco è così fitto che ricopre, come un mantello grigio, tutto ciò che si trova all’interno della stanza. Tutto. Comprese le piastrelle alle pareti e il pavimento. Quei minuscoli granelli, inoltre, spengono tutti i colori accesi propri dell’arredamento rendendo il posto interamente monocromatico. Sembra quasi di essere in pieno inverno dopo una bufera, dove tutto ciò che è intorno è sottomesso alla neve. Buggioni è paralizzato, come se non volesse rendersi conto di dove si trovi. Il suo sguardo è vitreo. E’ perso nel vuoto poiché, in quel momento, assumere tale espressione è l’unica barriera che ha per contrastare il grande senso di abbandono che prova. Lo stato di tale ambiente riassume perfettamente l’animo dell’uomo prima di aver conosciuto l’animale: la solitudine si è fatta materia. Poi, Enzo, per trovare del nuovo ossigeno da respirare, si precipita ad alzare la serranda e ad aprire la finestra trattenendo il fiato.  Boccheggia. Si guarda intorno con la speranza di riuscire a trovare un punto di riferimento che gli faccia superare il dejavù della sua esistenza. Nota che lo scarafaggio è immobile, nella stessa posizione di prima, come se non avesse più paura di quell’enorme colosso, oppure come se fosse, anche lui, rimasto traumatizzato da quella stanza così sporca e trascurata.  Ma se l’abbandono si era fatto carne, la percezione di sé si fa immagine. Enzo, infatti, si ricorda perfettamente che la luce non l’ha accesa tanto per osservare in che stato fosse il bagno, quanto per poter scrutare con più precisione la sagoma riflessa allo specchio che aveva intravisto pochi minuti prima: sé stesso. Quindi, facendosi coraggio, si volta lentamente verso la superficie riflettente finché con la coda dell’occhio non vede la sua immagine. Come un colpo di pistola che gli trapassa il cuore, quell’immagine entra nella mente dell’uomo e diventa il simbolo del fatto che, forse, l’orrore non è ancora finito, anzi è appena iniziato. Se infatti, quell’ angusto spazio è da considerarsi come degradato, la figura dell’uomo riflessa allo specchio è in condizioni ancora peggiori: la pelle non contiene più alcun filo di grasso e di muscoli ed aderisce perfettamente alle ossa del corpo rendendolo simile alla figura in primo piano nel celeberrimo quadro “L’urlo” di Munch. Gli occhi sono così infossati che, in penombra, quasi non si vedono.
Davanti a quella scoperta così drammatica, Enzo arriva a pensare addirittura di non stare guardando sé stesso, bensì la morte. L’orrore invade la sua mente e si manifesta in forma sonora con un suo pianto strozzato, poiché, improvvisamente, l’energia che lo aveva sempre accompagnato da quando aveva trovato il suo fedele compagno, è sparita nel nulla. Come se tra tutta quella “neve polverosa” ci fosse un incantesimo mortale che lo porta ad accelerare i suoi processi biologici. In pratica è come se fosse invecchiato inspiegabilmente d’un tratto. Si accascia a terra stremato con la schiena appoggiata alla parete davanti allo specchio. Poi, sempre singhiozzando, fa un respiro profondo e dice:
“Sono io quello? Non è possibile….”
Dopodiché si rivolge allo scarafaggio che, immobile, sembra stare ad assistere alla tremenda scena.
“Chi è che mi ha ridotto in questo stato? Inizio davvero a pensare che sia stato proprio tu” continua scherzosamente accarezzando la schiena dell’esserino.
“Tranquillo lo so che non sei tu. Anzi, tu mi hai salvato.”
Poi, non senza grande fatica, l’uomo si porta le mani agli occhi per asciugarsi le lacrime.  Lentamente il suo sguardo turbato ed inorridito diventa più tranquillo e rilassato.  Il pianto si trasforma in una delicata risata di serenità, perché, se è vero che ormai il corpo è consumato dal vuoto della sua vita, è anche vero che, finalmente, riesce a vedersi per come realmente è, e quindi, a guardare in faccia la cruda realtà.
“Mi sentivo così bene prima, mentre adesso percepisco il bisogno di riposare.. Sono stanco. Le energie mi stanno abbandonando. E tu, amico mio? non hai bisogno di dormire?” chiede allo scarafaggio. L’animale resta impassibile come uno spettatore che rimane incantato da un film. Non accenna alcun minimo movimento.
Infine accade l’impensabile: Enzo nota improvvisamente, con sua grande gioia, che la ferita dell’animale si è completamente rimarginata. Preso dalla commozione riflette
“Allora sono riuscito a salvarlo! Sono riuscito a fargli del bene. Non l’ho tenuto imprigionato semplicemente per fini egoistici. L’ho aiutato! Così come lui ha aiutato me. Ho sempre avuto paura di fargli del male tenendolo con me. Ma non potevo lasciarlo andar via, sarebbe morto certamente. E poi, non dovevo abbandonarmi alla solitudine… quindi sì, c’è anche dell’egoismo di fondo. E allora? Sono soddisfatto perché, almeno lui, sono sicuro che rivedrà la luce del sole.”
Come se lo scarafaggio stesse percependo i pensieri di Enzo, con uno scatto si allontana dalle sue mani e si dirige verso la finestra. Ormai nella stanza, rispetto a prima, sebbene ci sia un clima mortifero, si respira un’aria completamente diversa. Aprendo la finestra e alzando la serranda, infatti, Buggioni aveva permesso all’aria e alla luce naturale di entrare e di disperdersi nell’ambiente.
“Ci sono tante cose che non riesco a comprendere… una delle quali è l’inspiegabile guarigione così repentina del mio amico. Forse la vita ha tolto la salute a me per darla a lui? Come una sorta di scambio equo tra le parti? Non credo che sia così… forse non sono peggiorato repentinamente così come lui non è mai stato ferito. Forse sono solo io ad averlo visto ferito… è stata la mia vista distorta a farmelo percepire in quel modo… o forse no” esclama l’uomo ragionando ad alta voce.  Una volta sul davanzale, l’essere si ferma qualche secondo a guardare il panorama, poi va via, lasciando solo Enzo.
“Guarda, guarda che bel tempo che c’è oggi…peccato che io non possa minimamente muovermi. Il mio corpo è arrivato al limite. Chissà quante cose mi sono perso stando qui dentro. E ora, cosa ne sarà di me? Non lo so, ma intanto voglio godermi questo bel cielo sereno che è davanti a me.”