Soggetto
E’ notte. Un soldato si trova nella camera di un piccolo appartamento. Il volto dell’uomo appare completamente indifferente a ciò che lo circonda. Sotto i suoi piedi, del sangue di color rosso vivo affiora dal pavimento. L’ attenzione del guerriero cade su quel liquido organico color porpora che continua irrefrenabilmente a bagnare il suolo, fino a formare una vera e propria pozza sulla quale è riflessa l’ immagine del commilitone. Il silenzio della stanza fa echeggiare il suo respiro affannato. Lentamente lo sguardo privo di emozione diventa preoccupato: le sopracciglia si increspano, gli occhi diventano color fuoco e le labbra gli si contorcono formando una smorfia. Poi lo sguardo si rivolge alle pareti della stanza: i muri sono ricoperti da quadri antichi con cornici ornamentali ed sontuose. Ad arricchire la stanza c’è, alla parete, una solida e folta libreria. Tuttavia, agli occhi del soldato, quel piccolo mondo non ha alcun senso, come se la storia del luogo fosse svanita, come se quella macchia di sangue rimanesse indelebile non solo sul pavimento ma anche su tutti gli oggetti che arredano l’esiguo spazio. Ed è proprio questo ciò che vede il soldato: un mucchio di oggetti imbrattati di sangue. A quel punto l’uomo inizia a domandarsi se quella chiazza sul pavimento l’abbia prodotta lui compiendo un omicidio, oppure ci sia sempre stata. Un leggero tremolio gli attraversa tutto il corpo “cosa faccio adesso?” si chiede ripetutamente. D’un tratto il campanello squilla. il commilitone va, con passo lento e poco deciso, a rispondere al citofono e ad aprire il portone. Gli si presenta davanti una coppia di cinquantenni in giacca e cravatta che, senza alcuna remora, gli chiedono chi sia il proprietario dell’appartamento. L’uomo, con un sorriso imbarazzato, risponde che è lui stesso il proprietario. Gli ospiti iniziano a guardare ogni angolo della casa . Giunti in camera, con aria sorpresa, chiedono al soldato se quel “liquido rosso” sia sangue. L’uomo, annuisce. A quel punto, con stupore del militare, la donna, con un velato sorriso, si scusa a suo nome e a quello di suo marito per non essersi ancora presentata. Gli rivela di chiamarsi Irma mentre il suo compagno si chiama Giorgio. Per contraccambiare la loro gentilezza, anche l’uomo in divisa fa lo stesso, annunciando ai presenti che il suo nome è Pretorio. Poi Giorgio interrompe a tratti la conversazione dando alla moglie dei piccoli e graziosi baci sulla guancia. Mentre questi gesti d’affetto venivano eseguiti per distrarre Irma, a giudizio del marito troppo “presa” dal soldato, lo sguardo della donna rimane ipnotizzato dalla bocca di Pretorio. Lei, con il suo solito lieve sorriso , chiede al commilitone se avesse ucciso il precedente inquilino. Lo sguardo dell’uomo si fa preoccupato: i suoi occhi si spalancano al timore del giudizio, le sue guance diventano violacee, come se il sangue rifiutasse di scorrere nelle vene, la bocca semi aperta è immobile e paralizzata. Dopo un inquietante silenzio, il soldato si fa forza e prova a confessare che, pur non ricordando l’accaduto, è certo di essere stato lui a uccidere il proprietario precedente. Irma, udendo tali parole, con timbro gelido e lievemente alterato, lo accusa di essere un assassino. Pretorio prova a difendersi aggiungendo che lui ha fatto solo il suo dovere di soldato, e che ha semplicemente obbedito agli ordini per il bene della patria. La donna, con uno sguardo sempre più minaccioso nei confronti dell’uomo, ribatte che l’epoca delle patrie è finita dal momento in cui lei e suo marito hanno suonato il campanello, e che oggi, anzi, in quell’ istante, domina incontrastato un nuovo sistema molto meno violento del precedente creato da lei e da Giorgio. Senza indugiare oltre, Irma prende dalla sua borsa l’atto notarile di proprietà della casa e glielo consegna. Pretorio legge il foglio con calma e, dopo un sospiro di sollievo, le sorride chiedendole se sia vero che non sarà arrestato. Lei lo tranquillizza scuotendo leggermente la testa. Il soldato, con gioia, dopo aver firmato il foglio, augura una buona permanenza alla coppia e si avvia alla porta di uscita. Giorgio, nel frattempo, si avvicina alla libreria e, nello scrutarla attentamente, scorge che i libri che la compongono sono dei volumi di storia e di filosofia appartenenti ad un unico autore. “Peccato che questi testi siano macchiati di questo liquido rosso… sembra vino!” commenta in tono ironico l’uomo che, senza pensarci due volte, inizia a strapparli uno a uno. La moglie vedendo il suo compagno far le “prime pulizie di casa” prende un cencio bagnato trovato in uno sgabuzzino dell’appartamento ed inizia a pulire la pozza dal parquet. “Bene, li ho distrutti tutti!” esordisce dopo un’ora Giorgio in tono squillante; poi, camminando come una marionetta, esce dall’appartamento. Nel frattempo, Irma, con tutta la sua forza, strofina il panno senza però ottenere il successo sperato: il sangue è ancora lì, invigorito dall’umido del cencio. Dopo qualche minuto Giorgio fa ritorno con un grosso sacco contenente libri sia di storia che di filosofia. Ne prende uno e lo sfoglia: è completamente bianco. “Amore, questo è il più bel libro che abbiamo mai scritto!” soggiunge e con un gesto chirurgico e deciso lo pone sullo scaffale al posto delle vecchie opere, mentre sua moglie, perdendo completamente la pazienza per non essere riuscita a togliere neanche una goccia del liquido organico, gli chiede aiuto. Anche l’intervento di Giorgio, però, risulta vano poiché il sangue è ancora nella medesima posizione di prima, più vivo che mai. L’uomo, dichiarandosi sconfitto, prende un tappeto di colore chiaro e lo appoggia sopra la chiazza. Irma vedendo il volto molto turbato del marito lo rincuora soggiungendo che ora la macchia è sparita e che nessuno se ne sarebbe mai accorto. Dopodiché i due coniugi si avviano in salotto ad aspettare, seduti sul divano, il prossimo proprietario dell’appartamento, senza accorgersi, però, che il sangue sul pavimento ha completamente macchiato anche il tappeto che lo ricopre.Un’ombra nella notte
